Cantata dai Nirvana la storia della diva Frances Farmer

Nacque 105 anni fa e la sua storia è molto straziante

NirvanaShe’ll come back as fire, to burn all the liars, and leave a blanket of ash on the groundNirvana – Frances Farmer Will Have Her Revenge On Seattle.

Ai più questo nome non dirà assolutamente nulla

A pochi, fans di una nota band grunge di Seattle, dirà qualcosina. A pochissimi verrà in mente quell’attrice degli anni 30-40 con pochissimi ruoli al cinema e alla cui vita venne dedicato un film nel 1982 con una strepitosa Jessica Lange, intitolato appunto Frances.
E allora perchè parlarne o dedicarle un intero numero? Perchè lei e non tante altre? Perchè anche se nessuno la conosce, come fosse passata sotto una damnatio memoriae, ha avuto una vita tipica da diva hollywoodiana. Un inizio in giovane età sfolgorante, tanti ammiratori per tutta l’America, una carriera anche a teatro, a Broadway, diversi matrimoni, problemi con la droga e l’alcolismo, un accusa di essere comunista, un internamento a base di elettroshock e un grande tentativo di ritorno, seppur per poco tempo, causa morte prematura.

Per molte attrici la carriera raggiunge il suo apice quando arrivi a Hollywood e li diventi famosa

Eppure per lei era tutto il contrario. Incapace di stare alle regole impostele, di comportarsi sempre in maniera politically correct o di badare a quello che la gente può pensare. Un breve e sentito ricordo di una donna protagonista di una tragedia continua, la sua vita. 
 
NirvanaLa prima volta che passa agli “onori” della cronaca è il 1931, quando, 16enne, partecipa a un concorso  letterario indetto dalla sua scuola e si aggiudica il premio di ben 100 dollari. Vince con il suo “God dies” in cui afferma che Dio è inutile in quanto morto, un testo profondamente influenzato da Nietzsche, una delle sue letture preferite. In seguito a attacchi e insulti, minacce, risponde di non essere atea, ma bensì agnostica e di aver scritto tutto di proprio pugno, senza che qualche anarchico, o peggio, le abbia dettato cosa scrivere. I campagnoli non capiscono la differenza e continuano a augurarle un viaggio pagato all’inferno. Solo i genitori supportano la sua particolare visione del mondo e la sua indipendenza.
 
Siccome siamo in un forte clima di paura per il sovietico, mai del tutto svanita in America, il collegamento atea = comunista viene fatto velocemente, supportato dall’amicizia del padre di Frances, un avvocato di basso profilo, con un certo Kaminski, leader di qualche gruppo, non sovversivo, sinistroide locale e la successiva amicizia di Frances con Harry York, un militante.
 
Ma questo è un piccolo legame che verrà ingigantito in seguito. Per pagarsi l’università si trova ben tre lavori. Maschera al cinema, cameriera e contadina. Frequenta quindi la University of Washington, dipartimento artistico, recitazione più precisamente. Si appassiona al teatro e soprattutto agli autori russi. Nella piece Zio Vanya è la più applaudita.
Ancora una volta, partecipa e vince un concorso, questa volta indetto da un giornale di sinistra, The Voice of Action il cui premio è un viaggio a Mosca. Non vede l’ora di andarci, di visitare soprattutto il Teatro d’Arte Moscovita e al ritorno di fermarsi a New York, per sempre, e calcare i palcoscenici di Broadway. I suoi intenti sono quindi ben lontani da un volontario indottrinamento in madre Russia.
La madre si oppone tenacemente. Un conto è una vaga accusa di comunsimo e un conto è addirittura essere felici di andare dai sovietici, in casa loro, con il rischio di non tornare più. Non serve a frenarla, è già in volo.

Tornata dal viaggio, nell’estate del 1935, si ferma a New York ma non riscuote quel successo sperato

Non tutto va per il peggio, perchè la Paramount, che la teneva d’occhio da qualche tempo, le propone un contratto a Hollywood per sei mesi, in seguito esteso a sette anni.
Fin da subito mette le cose in chiaro e in maniera schietta. “Di Hollywood non me ne frega niente. Broadway è la mia meta“. Debutta in un paio di B movies nel 1936 i quali ricevono critiche positive.
La nuova stellina piace e viene promossa alla serie A con un film al fianco di Bing Crosby, Rhythm on the Range. Sempre nello stesso anno viene prestata alla Goldwyn per la trasposizione del libro blockbuser di Edna Fabre Ambizione, dove interpreta il duplice ruolo di madre e figlia. Sui cartelloni il nome in evidenza è il suo e la folta schiera di fans aumenta considerevolmente nel giro di pochi mesi.
 
NirvanaTra questi c’è anche un comitato di donne oneste di Seattle, le quali -bisogna vedere quanto è romanzato questo fatto- alla prima del film si presentano con un regalo e una corona di fiori. La fondatrice è una di quelle donne che augurò a Frances di andare all’inferno nel 1931. Lei se lo ricorda bene, la donna no, e trattandola come un tappetino riesce a avere una grande rivincita.
Quattro film in un solo anno, tutti di successo, ma non valgono nulla per lei. Spesso li critica, non le piacciono le trasposizioni fatte (perchè lei legge tutti i libri da cui vengono tratti i film), non le piace l’ambiente e le regole a cui deve sottostare e non le piace essere usata per la sua bellezza e non per il talento. Riesce a farsi in breve tempo una fama di rompiballe non cooperativa.

Rifiuta di farsi bella per la stampa, di lasciare dichiarazioni false, critica i ruoli che le offrono

Proprio per ripicca agli studios che glielo avevano vietato, sposa Leif Erickson, un attorucolo insignificante e per cui non prova granchè.
Una via d’uscita è rappresentata dalla proposta per il ruolo da protagonista in una piece a Broadway, Golden Boy, per la regia del giovane Elia Kazan. Il gruppo teatrale newyorchese è il suo habitat naturale. Artisti vicini alla sofferenza della gente, spiriti accomunati dalla passione e dalla dedizione per l’arte. Finalmente è realizzata.
Dura poco, infatti quando è pronta per partire per la tourneè londinese, viene gelata dalla non riconferma. Hollywood si è messa in moto e rivuole indietro il suo prodotto. Arriva a pagare la produzione per sosituirla con un’altra attrice. Si sente indignata, dopo tutti quei discorsi sulla libertà espressiva, sulla cupidigia che i soldi tirano fuori nella gente (è anche il soggetto dell’opera), tutto l’appoggio dato ai repubblicani spagnoli per la guerra civile, adesso vi fate fregare con una bella manciata di soldi e abbandonate i vostri ideali? Il regista, di cui era amante, la scarica con poche righe in una lettera, senza neanche incontrarla dal vivo.
Oltre a questo, la Paramount assolda qualche killer-giornalista per rovinarla e parlarne male, risottlineando in qualche modo le sue idee sinistroidi e astruse, d’altronde chi non vorrebbe Hollywood? E’ costretta a tornare con la testa bassa ma con tanta rabbia da covare dentro, pronta a esplodere.

NirvanaOra è il momento di castigarla

Deve essere punita per la sua insubordinazione -aveva tentato con gli avvocati di scindere il suo contratto di sette anni, ma è risultato uno sforzo vano- e così sul set di ogni film viene costretta a fare le peggio cose e a farle in silenzio. Interminabili prove e il nervosismo la spingono a bere e a prendere qualche droga per reggere i ritmi.
Viene relegata a ruoli minori, prestata in continuazione e nonostante strappi un accordo per fare tre mesi dedicati al cinema e tre al teatro, il suo sogno di Broadway va in frantumi. L’alcolismo è la causa della cacciata da una piece scritta da Hemingway. Il suo ultimo successo rimane Il figlio di Furia a fianco di Tyron Power nel 1942.
 
E’ obbligata inoltre a fare vita sociale, a farsi vedere la sera, a andare alle feste dei vip colleghi. Il che la porta a bere ancora di più e proprio dopo una di queste feste viene beccata dalla polizia alla guida in stato di ebrezza e per di più in periodo di coprifuoco, causa seconda guerra mondiale, con i fari accesi.
Pagata la cauzione, è libera. Cerca di ricostruirsi una carriera e allontanare le polemiche accettando un film di serie Z in Messico. Qui conosce la Tequila e le risse nei night club. Non riesce neanche a fare una scena o a leggere la sceneggiatura, il film non si farà più. Viene ricacciata in America dove si ritrova con una bella sorpresa: la sua casa al mare è stata svuotata (al suo posto deve arrivare la nuova stellina di Hollywood. Fuori una, dentro un altra) e tutte le sue cose ammassate in una camera d’albergo al Kinickerbocker Hotel. Hanno frugato nelle sue lettere e nel suo diario privato, ora spariti.
 
Sul set del film I Escaped from the Gestapo, arrivata in ritardo e un pò ubriaca, stende con un ceffone la truccatrice che la stava rimproverando. Non finisce il film, per cui ricorerrano a scene di repertorio e la polizia fa irruzione nella sua camera d’albergo per arrestarla per aggressione.
Una vera intrusione con porta sfondata e inseguimento per tutta la stanza, con i fotografi a sbrodolare per lo scoop, mentre lei tenta di resistere, mezza nuda, chiusa nel bagno.
Nel processo farsa seguente, dove non le viene dato neanche un avvocato, sostiene a gran voce che i suoi diritti civili non sono stati rispettati.

Viene portata via mentre scalcia e graffia. La pena è di 180 giorni di galera

La violenza, l’irruenza e la dipendenza dell’alcol costringono la corte a prendere provvedimenti più seri e a rinchiuderla in un manicomio, invece che in un ospedale normale, dove viene diagnosticata come maniaca depressiva e asociale (era una malattia). La madre crede che questa sia l’unica cura per la figlia. Quello che nessuno capisce è che Frances è sana di mente, è solo un’alcolizzata.
 
Durante questa prima ospitalizzazione ricorrono a una brutale cura, lo shock insulinico, consistente nell’iperdosaggio di insulina nel corpo del paziente. No, ora ditemi a cosa serve. Dovrebbe curare una persona con problemi mentali? Ma in che modo?
Trovandosi in un istituto di minima sicurezza, dopo 9 mesi riesce a fuggire indisturbata e dopo una passeggiata di 36 km, arriva a casa della sorella, che chiama la madre per denunciare le terribili cure a cui è stata sottoposta la figlia.
Per tutta risposta, mammà, vuole la totale custodia su Frances e il trasferimento dalla California a casa sua, a Seattle. Vince la causa, nonostante diversi psichiatri sostengano che la giovane donna necessiti di altre cure in ospedali appositi.
 
Il rapporto tra le due è impossibile. I continui litigi, causati da una madre severa a incapace di capire la figlia, sfociano in scontri violenti e nel tentativo di soffocamento da parte di questa ultima ai danni della madre. Frances, che aveva appena deciso di voler mollare tutto per fare qualche lavoretto in città e diventare così anonima, era stata spinta più volte dalla madre a accettare nuove proposte per il cinema che ogni tanto il suo agente inviava. Era esasperata dalle pressioni continue.

Viene quindi nuovamente ricoverata e questa volta subisce un nuovo trattamento, il classico elettro shock

Vive in uno stanzone con decine di donne serialmente malate e lei, sana, cerca di rigare dritta, di fingere di essere una persona di nuovo normale e innocua. Viene dichiarata totalmente curata e rilasciata nel 1944.
 
In occasione di un viaggio in Nevada, fugge e viene pescata a vagabondare per strada con qualche vestito lurido e uno zainetto. E’ solo l’inizio di una serie di dentro e fuori da alcune cliniche che si conclude nel 1950. Un incubo a occhi aperti in cui, secondo la stessa Frances in alcune dichiarazioni di diversi anni dopo, veniva stuprata dal personale e da gente esterna e costretta a volte a mangiare le proprie feci, oltre ai classici periodi di isolamento e i bagni gelati. Si dice anche che venne praticata una lobotomia su di lei (teoria avanzata anche dal film Frances) ma è falso, a quanto dicono la sorella Edith e i vari dottori presso cui rimase in cura.
 
Dopo un periodo di tre anni in cui rimane sotto la tutela dei genitori, le viene finalmente riconosciuta un totale controllo della propria persona e riconosciuti i propri diritti civili. A 10 anni dal primo internamento, sembra di nuovo intravedersi la luce nella sua vita.

Nel 1954 si trasferisce a Eureka dove lavora fino al 1957 come bibliotecaria e segretaria nel più totale anonimato

Riconosciuta da un produttore televisivo dell’Indiana, balza di nuovo sotto la luce dei riflettori. Fa due apparizioni all’Ed Sullivan Show e al This Is Your Life, dove le regalano un automobile. Quando le viene chiesto del suo periodo di malattia e alcolismo risponde “Non ho mai pensato di essere malata. Però sai, quando i dottori ti trattano come tale, cos’altro puoi fare?“. E’ evidente, a chi se la ricorda, che è diventata un altra persona, non più piena di vita e combattiva, ma bensì una donna stanca e provata.

Torna al teatro e soprattutto fa molta TV dal vivo recitando in alcune serie

Dal 1958 al 64 presenta addirittura il talk-show Frances Farmer Presents ottenendo molti ascolti ogni sera e concluso miseramente quando i problemi di alcolismo riaffiorarono. Muore nel 1970 per un cancro all’esofago all’età di 57 anni, poco dopo aver raccontato nell’autobiografia Will there really be a morning? la sua disgraziata esistenza.
 
Un’attrice impossibilitata a mostrare tutto il suo talento, sfortunata, sfortunatissima, ha vissuto in un epoca che non le apparteneva, più simili ai Brando e agli attori del metodo Stanislavskij (il caso vuole che Kazan la abbia diretta a teatro), passata attraverso le peggiori cattiverie legali applicabili a un essere umano. Anche se alcuni giornalisti ingigantirono la sua storia, nessuna diva ha vissuto un tale concentrato di torti.

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