Van Gogh ? No, Julian Schnabel

L’unico modo per descrivere un’opera d’arte è fare un’opera d’arte

Van Gogh Da Lust for Life (Brama di vivere) di Vincent Minnelli del 1956 con un credibile Kirk Douglas nei panni stropicciati di Vincent Van Gogh, sono decine i film ispirati alla vinceva umana e artistica del geniale olandese. Prima d’ora, però, a raccontare Vincent dietro la macchina da presa non c’era mai stato un artista. E’ per questo che il film di Julian Schnabel “At Eternity gate”, passato ieri in concorso a Venezia 75 con un intenso Willem Dafoe a interpretare il pittore olandese, merita un’attenzione che va oltre il semplice elemento biografico.

Schnabel, che coi suoi ritratti e le sue opere over size è da tempo uno dei pittori più celebri della scena newyorkese, non a caso parla del suo film come “fiction […] su cosa significhi essere un artista“. Dice inoltre “l’unico modo per descrivere un’opera d’arte è fare un’opera d’arte” e dunque ciò che dovrebbe emergere nel film è “più vero di un fatto letterale“.

Accentrato sull’ultimo periodo della vita di Van Gogh, “At Eternity gate” prende il titolo dal noto dipinto di Vincent conservato al Kröller-Müller Museum di Otterlo che a sua volta riprende una litografia realizzata otto anni prima (1882). L’immagine è quella di un anziano. E’ in lutto, siede con la testa tra le mani stringendo i pugni: il suo dolore permea l’ambiente, gli abiti, le scarpe scalcagnate trafiggendo direttamente l’osservatore, disarmandoci.

Van Gogh lo dipinse quando era ricoverato nel manicomio di Saint-Paul-de-Mausole traendo spunto, presumibilmente, da un suo stesso disegno di anni addietro che il fratello Theo gli aveva mandato assieme ad alcuni dei primi lavori su carta del periodo olandese.

Chi gli ricordava quell’anziano? la condizione di qualche ospite dell’ospedale psichiatrico?

O è forse una concreta proiezione di sé, un autoritratto, infedele sì alla fisionomia ma non alla sua condizione interiore.

Torniamo al film di Schnabel  nato come sfida cinematografica alla rappresentazione dell’intenso turbinio di sentimenti e vitalità che espresso nella pittura.”Questa è una storia che persegue ciò che è l’atto della creazione, che è viscerale, magica e bruciante che sfida tutte le parole e cancella il tempo sentendo dall’interno, la fisicità faticosa della pittura e l’intensità devozionale della vita dell’artista, in particolare il modo in cui pittori vedono“. Aggiunge Schnabel: “Il Van Gogh visto nel film deriva direttamente dalla mia personale risposta ai suoi dipinti, non solo di ciò che le persone hanno scritto su di lui.”

Scritto con Jean-Claude Carrière e Louise Kugelberg; il film attinge alle lettere, alle biografie, alle leggende ascoltate su Vincent ma resta un’opera di pura immaginazione, un’ode allo spirito artistico e a quella convinzione così assoluta che si dedica vita ad essa.Dice Jean-Claude Carrière: “È un film su un pittore, Van Gogh, in cui abbiamo cercato di non fornire una biografia di Van Gogh – che sarebbe assurdo, è così noto – ma di inventare scene che potrebbero aver avuto luogo, in cui Van Gogh avrebbe potuto partecipare, avrebbe potuto prendere parte, nel corso del quale avrebbe potuto parlare, ma che la storia non registra. È un approccio abbastanza nuovo a Van Gogh“.

Julian Schnabel dopo aver goduto di una fama incontrastata come artista negli anni ’70 e ancor più negli anni ’80, all’improvviso, negli anni ’90, passa alla regia spinto dal bisogno di affrontare il movimento.

Basquiat

Debutta alla regia con Basquiat, film che traccia la breve vita da cometa dell’artista di Brooklyn, diventando il primo lungometraggio commerciale di un pittore diretto da un pittore. Continua realizzando Before Night Falls, in cui Javier Bardem interpretava il poeta cubano perseguitato Reinaldo Arenas e quindi The Diving Bell e The Butterfly, un viaggio all’interno di un giornalista con la sindrome di Locked-In, in grado di usare solo l’occhio sinistro per comunicare tutto ciò che vede e sente.

In At Eternity’s Gate, Schnabel sembra connettersi con il suo soggetto più di quanto abbia mai fatto. “Il fatto che io sia un pittore è qualcosa che probabilmente rende il mio approccio diverso“, dice.

Questo argomento non potrebbe davvero essere più personale per me. È qualcosa a cui ho pensato per tutta la mia vita“. Non un film su Vincent dunque, ma sul misterioso travalicare dell’arte – e della sua in particolare – nell’infinita  giostra delle possibilità.


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