Sono Innocente Storie forti sugli errori giudiziari

Anche questa sera tre casi di ingiustizia

Sono Innocente Torna l’appuntamento con Sono Innocente , il programma sugli errori giudiziari più clamorosi del nostro Paese, condotto dal giornalista Alberto Matano. Protagoniste della puntata, in onda questa sera alle 21.20 su Rai3, saranno tre storie molto forti, che hanno lasciato segni indelebili in ognuno dei protagonisti.

La storia di apertura di Sono Innocente è dedicata al dramma di Domenico Morrone, pescatore tarantino di 27 anni, che nel 1991 viene accusato dell’omicidio di due ragazzi minorenni all’uscita di una scuola. Tutte le piste portano a lui; per gli inquirenti Morrone ha un movente fortissimo: avrebbe agito per vendicarsi di un affronto che uno dei due ragazzi gli aveva fatto. Viene così condannato a 21 anni di detenzione. Ne occorreranno 15, unitamente alla testimonianza di due pentiti e a cinque richieste di revisione di processo per dimostrare la sua innocenza. Morrone lascerà il carcere di Taranto solo nel 2006, all’età di 42 anni.

La puntata di Sono Innocente prosegue con la storia surreale di Stefano Messore. Dopo il terremoto dell’estate 2016 che ha devastato il centro Italia, come molti altri italiani, di fronte alle immagini drammatiche trasmesse dalle televisioni, Stefano decide di andare ad aiutare le popolazioni bisognose. Stefano è un ex paracadutista della Folgore, da molti anni impegnato nel volontariato. Affitta un furgone, lo riempie di cibo, vestiti, giocattoli e con un amico parte per Amatrice. Inizia a scavare, contribuisce alla costruzione delle tendopoli. Il 3 settembre del 2016, di ritorno al campo base di Acqua Santa Terme, trova i carabinieri ad attenderlo. L’accusa è pesantissima: sciacallaggio. Cinquanta giorni di carcere, dieci mesi di arresti domiciliari, la perdita del lavoro prima di arrivare all’assoluzione per non aver commesso il fatto.

Per concludere con una vicenda dal finale drammatico

L’ultima storia di Sono Innocente racconta la triste vicenda di Aldo Scardella, che nel 1985 a soli 25 anni, viene accusato dell’omicidio del titolare di un piccolo market di liquori durante un tentativo di rapina. La banda è composta da tre persone, ma ne viene arrestata una sola: Aldo Scardella appunto. Il tutto si basa sul fatto che nei pressi del palazzo dove abita viene rinvenuto uno dei passamontagna usati dai banditi e sulle testimonianze di alcuni, che nei giorni precedenti lo avrebbero visto nei pressi del locale rapinato. Aldo trascorre quasi sei mesi dietro le sbarre in regime di totale isolamento, senza possibilità di incontrare i suoi avvocati e i suoi familiari. Aldo riesce sempre meno a reggere alla disperazione per l’ingiustizia subita e a sopportare le difficoltà della vita carceraria tanto da impiccarsi nella sua cella il 2 luglio del 1986. Prima di togliersi la vita lascia un biglietto con poche righe che si concludono con due semplici parole: “Muoio innocente“.


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