La felicità Breve storia

Oggi è la Giornata internazionale della felicità

La felicità « Felicità : Stato d’animo di chi è sereno, non turbato da dolori o preoccupazioni e gode di questo suo stato». Se il concetto ci fosse sfuggito, l’enciclopedia Treccani corre in nostro aiuto, per quel che può. Già, oggi come oggi una definizione non soddisfa la necessità di sapere cosa sia davvero la felicità. Condizione che per esperienza conosciamo come provvisoria: la felicità è precaria, come un contratto a progetto e, quasi sempre, emerge alla consapevolezza quando ormai è passata.

Dalla storia apprendiamo che dietro al concetto di felicità si sono rincorsi 3000 anni di pensieri. Estrema sintesi: la felicità è nel destino ci dice la società omerica; no, è nella virtù, ribatte la cultura classica; nient’affatto, felicità è il Paradiso afferma l’uomo medievale mentre l’illuminista si vota semplicemente al piacere (nel senso più ampio del termine).

E per il contemporaneo?

Chiedetelo ai finlandesi, loro dovrebbero saperlo bene, lo ha detto l’ Onu. Il World Happiness Report delle Nazioni Unite, ovvero la classifica dell’ Onu pubblicata in occasione della Giornata Mondiale della Felicità, sentenzia che la Finlandia è il Paese più felice del 2018. Nella classifica, che si basa su parametri come reddito, salute, istruzione, lavoro, stato sociale e aspettativa di vita l’Italia si conquista una dignitosa 47ma posizione. Traducendo, un 6 meno meno.

Neanche a dirlo, e qui davvero il solo pensiero ci rende infelici al 150esimo posto troviamo la Siria, mentre l’ultima posizione è occupata dal Burundi. I più felici sono tutti i Paesi del grande nord, dove dopo la Finlandia troviamo appunto: Norvegia e Danimarca, quindi Islanda, Svizzera, Olanda, Canada. Ma chissà perché il Nord Europa così premiato nelle classifiche, continua ad avere, come conferma il Time magazine, il più alto tasso di suicidi e chissà perchè il consumo di antidepressivi nei paesi scandinavi è il più alto al mondo.

La felicità E poi scopriamo che più felici di noi sono gli statunitensi (18mo posto) nonostante Trump, la mancanza di una sanità pubblica e un tasso di omicidi da fare paura; e il Messico (24mo posto), dove ampie zone del Paese continuano ad essere in mano ai sanguinari cartelli dei narcotrafficanti, e persino gli Emirati Arabi Uniti sarebbero più felici di noi (20mo posto), ma chissà se quelli che hanno stilato la classifica hanno chiesto il parere alle donne.

Ecco, è proprio qui che il concetto di felicità per i contemporanei comincia a delinearsi. La felicità confusa col benessere, con l’efficienza dei servizi, con la disponibilità economica, con la pace sociale. Va bene, l’adagio lo conosciamo “il denaro non fa la felicità ma la fame è peggio“, insomma è del tutto evidente che questi siano obiettivi che ogni governo deve perseguire, tanto per facilitare quella ricerca individuale della felicità che negli Stati Uniti è anche un diritto inalienabile inserito in Costituzione.

Ma la felicità non è scuole che funzionano, treni in orario, e tranquillità economica. E’ molto di più anche se non sappiamo proprio bene cosa sia. E se non volessimo confondere la felicità coi numeri di like che potremmo ricevere, ovvero soddisfare l’equazione felicità = successo, potremmo ravanare tra 2500 anni di filosofia: passare da Aristotele a Confucio, da Epicuro a Buddha, da Locke a Cristo e nemmeno trovare mai la definizione che ci soddisfi. Perchè la felicità è tanto precaria quanto inafferrabile. Felicità come felicità di esserci, a qualsiasi costo. Se ci fosse un minimo comune denominatore, potrebbe essere questo, la speranza (ma la speranza è felicità?) che anche sotto le bombe, nella polvere delle macerie ancora calde, il sorriso di un bambino possa fare strada alla felicità che verrà.


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