Quando Anna Magnani andò a Hollywood

Dalla fine dell’amore con Rossellini alle lusinghe di Tennessee Williams, dalle schermaglie con Brando all’Oscar

Anna Magnani Anna Magnani ad inizio anni ’50 era il volto del cinema italiano. La diva incontrastata (se non l’unica) di tutta Roma, ed allo stesso la donna del popolo, la più grande attrice vivente, già vincitrice di ben 4 nastri d’argento, ai quali si sarebbero aggiunti molti altri riconoscimenti. Era la madre che in Roma città aperta inseguiva, gridando, il camion con cui veniva portato via suo figlio, Francesco.  Era stata Nannina Straselli, l’onorevole Angelina, Assunta Spina, Anita Garibaldi, fino a Maddalena Cecconi in Bellissima.

Era stata diretta dai più grandi registi e con uno, Rossellini, aveva pure una relazione (era l’amante numero uno, dato che Roberto era sposato e aveva altre 3 o 4 amanti. Ma lei era quella ufficiale, così gelosa da comportarsi da moglie). Eppure, l’ultima arrivata, una biondona svedese venuta da Hollywood, l’aveva eclissata di colpo. Le aveva portato via la fama, un film e soprattutto l’uomo.

Una mattina Anna Magnani si svegliò e trovò Roberto Rossellini già sveglio e vestito, piuttosto nervoso. “Ma che fai già in piedi? E’ domenica“. Lui rispose che voleva fare una passeggiata, dato che ormai era alzato. Allora Anna gli disse di portarsi i cani, le sue amatissime bestiole (“gli animali sono meglio degli uomini, non ti tradiscono mai, loro” dirà in seguito) già che c’era.
 

Roberto obbedì, prese i cani e infilò la scala condominiale di corsa

 
Dopo un paio d’ore senza notizie sue o dei cani, Anna scese fino al pian terreno dove c’era il custode. “Ma che hai visto passare Roberto?“. Certo signora Magnani che l’aveva visto passare. Due ore prima e, “Ah! ecco i cani, me li ha lasciati qua quando è sceso“. Così Rossellini lasciò la Magnani.
 
D’altronde aveva già ricevuto la lettera dalla Bergman, quella famosa, del “Ti amo”, aveva già parlato con il cugino siciliano, Renzo Avanzo, da cui aveva appreso la sua mirabolante invenzione (una macchina da presa subacquea), aveva in mente di fare un film, su un isola siciliana ma non aveva idea di come dire ad Anna Magnani che tutto era finito e che Ingrid e i suoi dollari l’avrebbero sostituita. Così sparì e basta.
 
Quando era infuriata e ce l’aveva sotto mano, di solito spaccava tutto quello di infrangibile nelle vicinanze. Stavolta non sapeva cosa fare. Come si reagisce davanti a un ometto così infimo? Con rabbia e furbizia. Chiamò Avanzo, infuriato quanto lei perchè derubato della sua invenzione e decisero di passare al contrattacco. Fare il medesimo film che Roberto e Avanzo avevano in mente ma farlo uscire prima del suo.
Così i fratelli Avanzo partirono per New York e in non so che lingua e in che modo, convinsero gli americani a produrre il loro film. Vulcano si sarebbe chiamato e regista sarebbe stato William Dieterle. A paragone con Stromboli, vince nettamente per qualità e cura, ma alla storia è passato l’altro, perchè rappresenta l’inizio della relazione Rossellini-Bergman, perchè è simbolo del neorealismo e per altri motivi.
La prima di Vulcano fu un fiasco. Saltò la corrente, e così la pellicola, la gente rumoreggiava e proprio quando si riaccesero le luci a fine proiezione e Anna e Dieterle si concessero ai fotografi, Ingrid partorì in un ospedale li vicino. Ci fù il fuggi fuggi generale della stampa, che aveva seguito la gravidanza secondo per secondo.
 
Anna Magnani Ma Anna non se la prese, ne si buttò giù. Il piccolo assaggio di America le era piaciuto e dato che l’Italia non la voleva più e che sinceramente ormai le andava troppo stretta, decise di fare il percorso contrario della sua rivale. Se l’altra era diventata la regina del neorealismo, lei avrebbe conquistato Hollywood.
C’era un solo problema, e dopotutto fu lo stesso di Ingrid; la lingua. Nannarella, come la chiamavano i suoi amici, era una donna del popolo, quasi una borgatara, una che senza offesa non era l’immagine della finezza o dell’intelligenza. Era sincera, verace, italiana, un prodotto molto difficile da esportare all’estero, in America e ancora di più a Hollywood, dove il diverso non piace e dove non va oltre il ruolo di macchietta, di caratterista. Impossibile dirle di “americanizzarsi”, non lo avrebbe mai fatto e non sarebbe mai stata credibile.
Ci riuscì lo stesso, rimanendo sè stessa e sbaragliando qualsiasi pronostico. Addirittura quello di chi non la vedeva parlare in inglese decentemente o recitare con la propria voce, e non doppiata.
 
Nel frattempo a Roma stava passando le sue vacanze il più grande drammaturgo di tutti i tempi, Tennessee Williams. Ricorderà il periodo romano come il suo più prolifico e felice. Non a caso alcune sue opere (La primavera romana della signora Stone) sono incentrate su Roma. Conobbe Anna prima sullo schermo e poi dal vivo. Era tutto quello che desiderava da una donna e rappresentava l’eroina ideale delle sue storie. Fu intesa a prima vista, un’amicizia che li legò fino alla morte di lei.
Quando Tennessee tornò a Broadway le scrisse. Ho un testo per te, anzi, l’ho scritto pensando che solo tu potessi interpretarlo. Vieni ti prego, vieni a impersonare Serafina delle Rose qui a teatro. Eh ma la lingua Tennessee…. Non è che Anna non sapesse l’inglese ma di certo non lo parlava benissimo e era molto a disagio. Figuriamoci interpretare un ruolo del genere tutte le sere davanti a migliaia di persone. No mi spiace, adesso proprio non ce la faccio.
 

Così, sconsolato, Tennessee lasciò perdere e acconsentì che il ruolo andasse a Maureen Stempleton 

 
La rosa tatuata fu un grande successo a Broadway (vinse il Tony Award). La Stempleton venne lodatissima dalla critica e seppur fosse gradita all’autore, non era la Magnani.
Dato l’enorme successo la Paramount comprò i diritti. Williams scrisse l’adattamento cinematografico e fece un nuovo tentativo con Nannarella. Lei era in Francia a girare con Jean Renoir, quando si rese conto che non poteva di nuovo perdere l’occasione, doveva provarci, al diavolo l’inglese.
Alla Paramount andava bene, dopotutto un italiana, famosissima anche in America, che interpretasse un italiana era il minimo. In realtà Williams si impose e lo studios cedette. Tuttavia per coprire i rischi delle perdite, come protagonista maschile venne scelto Burt Lancaster, al primo assaggio d’Italia, lui che sarà un grande amico di Visconti.
 
Anna Magnani Lancaster dirà della sua interpretazione “Se non avesse trovato uno sbocco per la sua vitalità nella recitazione, sarebbe diventata una grande criminale. Il clima sul set era gioviale e Anna Magnani a suo agio. Williams era sempre sul set e inoltre abitava a un tiro di schioppo da lì. Infatti Anna era sempre a casa sua e dell’amante di lui Frank Merlo, dove passava le giornate. Addirittura il drammaturgo concesse alla troupe di usare alcune sue camere come camerini per le due star.
Per ovviare alle sue difficoltà di lingua e di accento, imparò tutte le battute sue e degli altri foneticamente, cioè memorizzando il suono. Più avanti vederemo come qualcuno se ne approfittò. Secondo la rivista Time, la sua fu una delle più grandi interpretazioni di sempre e lei “è la più grande attrice della sua generazione“. Lo storico John Di Leo la descrive così “Ogni volta che la Magnani ride o piange (ovvero spesso), è come se tu non avessi mai visto ridere o piangere prima: è mai stata una risata così ricolma di gioia o un pianto così terribilmente struggente?“. Tennessee, che finalmente vede la sua Serafina ideale, ricorda “Era la donna più anticonvenziale che io abbia mai conosciuto all’interno di quell’ambiente. Non voglio mancarle di rispetto dicendo questo ma sottolineare la sua onestà, che era totale. Non ha mai avuto problemi di sicurezza nei suoi mezzi o di timidezza nei confronti di quella società così lontana dalla sua visione del mondo. Diceva le cose chiare e negli occhi a chiunque e durante il periodo d’oro della nostra amicizia, non mi ha mai detto una bugia“.
 

Qualche mese dopo Anna Magnani era di nuovo a Roma

 
Erano le 4 circa di notte quando il telefono squillò. “Anna hai vinto!” “Ma chi è che strilla a st’ora del matino?” “Anna hai vinto l’ Oscar!“. Era un giornalista che per primo le diede la notizia. Lei manco c’era andata a Hollywood quella sera, tanto non pensava avrebbe mai vinto. “Se è uno scherzo giuro che t’ammazzo“, rispose lei.
Non era uno scherzo. Aveva appena battuto attrici del calibro di Katharine Hepburn, Susan Hayward e Jennifer Jones. Divenne la prima italiana a vincere un Oscar. E poco importa se l’anno successivo vinse Ingrid, di nuovo, venendo così riaccolta dai benpensanti di Hollywood. Grazie a Serafina vinse anche il BAFTA, il golden globe e altri premi vari. Un bacheca che diventata sempre più pesante.
Così due anni dopo concesse il bis all’America. Niente Louisiana, niente Williams. Una storia italiana (tratta dal romanzo di Vittorio Nino Novarese) e con un attore già noto in Italia, Anthony Quinn.
Diretta da George Cukor, il regista delle donne, interpretò Selvaggio è il vento dove indossava i panni di Gioia, una donna del sud Italia, portata in America dal neo marito Gino, per badare alla fattoria e alla casa, nel bel mezzo del Montana o giù di li. Un film minore, un pò per tutti, ma comunque notevole che le valse la seconda nomination agli Oscar, stavolta senza vittoria, l’Orso d’argento a Berlino e il David di Donatello.
 
Dopo un breve ritorno in Italia, Tennessee la rivolle in America per la sua nuova opera, Pelle di serpente (Orpheus Descending e per il cinema The fugitive Kind). Per una volta Williams aveva su schermo le sue due creature preferite, quelle che amava di più. Anna e il suo pupillo (e forse amante anche lui?) Marlon Brando. Questi era appena apparso nel suo più grande successo, Un tram che si chiama desiderio e per lui era un vero e proprio dio greco, e sinceramente lo era e lo è per chiunque, e con Pelle di serpente, divenne il primo attore a guadagnare un milione di dollari di ingaggio (lo seguirà poi Liz Taylor, anche lei aficionada di Williams).
 
Quando lo scelse per il nuovo film (e forse gli propose anche la regia) gli scrisse una lettera preoccupato per un possibile scontro di personalità. “Dovrai recitare a fianco della Magnani, è vero che hai paura di lei?“. Forse gli era giunta all’orecchio questa voce, forse conosceva fin troppo bene Brando, capace di trombarsi chiunque ma anche molto insicuro quando dall’altra parte c’era una persona molto forte (a tal proposito mi viene in mente il suo “amico”-stalker, James Dean, bisessuale come lui, che aveva paura solo di una donna, Marlene Dietrich, perchè “troppo donna per lui“).
Brando rispose piccato “La Magnani non mi spaventa. Una persona così familiare così soffocata dalla nostalgia non fa paura a nessuno. Penso che sia una donna di forza inusuale che ha avuto un momento molto difficile perché non riesce a trovare nessuno disposto a sconfiggere la sua forza, se potesse“. Lo scontro è aperto.
 
Anna Magnani Anna Magnani , come qualsiasi essere sulla terra in quel 1959, era innamorata di lui e avrebbe voluto andarci a letto assieme. Ovviamente non sapeva di quanto lui invece la ripudiasse, e se l’avesse saputo avrebbe spinto molto di più per avere Franciosa come protagonista maschile.
Quando iniziarono le riprese, per la regia di Lumet, che impose di girare il tutto pochi km fuori New York, di modo che potesse tornare a casa, a Manhattan, per cena, Brando distrusse Nannarella. Ancora una volta lei imparava le battute sue e non, foneticamente. Quando Brando lo capì, iniziò a parlare sempre più male, in maniera incomprensibile. Lui era solito mangiarsi le parole (poi passò ai cheeseburgers), nel meno peggio dei casi a improvvisare e lei chiaramente si perdeva. Voleva esasperarla, voleva che lei la smettesse di fargli delle avances. La tensione tra i due è essenziale per il film ma in quel modo non aiutò la riuscita finale. Nannarella si buttò giù, era depressa per essere stata rifiutata e dovette arrivare in soccorso Williams che si infuriò con Brando perchè sapeva che lo faceva apposta.
La pellicola fu un flop, come lo era già stata a teatro (non arrivò neanche a Broadway) dove era sempre la Stempleton a essere protagonista. Tuttavia non fu l’ultimissima avventura americana di Nannarella.
 
Diretta da Stanley Kramer e di nuovo in coppia con Quinn, Il segreto di Santa Vittoria (MGM) fu uno degli ultimi film della sua carriera. Le valse l’ultima nomination estera (ai globe) e per una scena in particolare, rimane nelle mente di molti spettatori.
Già da qualche giorno era in lotta con Quinn, per chissà quale dissapore. Caso vuole che proprio durante l’apice del loro conflitto fuori dal set, si dovesse girare una scena di lotta tra i due, marito e moglie. Life definì la scena “la più violenta mai vista dai tempi di James Cagney e Mae Clarke (Nemico Pubblico)”. Insomma se le diedero per davvero, tanto che Anna si ruppe un piede mentre tirava un calcione nel sedere a Quinn. Quando arrivò lo stop del regista l’attore esplose “Questo non era nel copione!” “Si ma ricordati che io dovrei vincerla sta lotta!“.
Finì la carriera in Italia, diretta da Fellini in Roma, dove interpretò se stessaMorì l’anno successivo, nel 1973, a 65 anni per una pancreatite, con a fianco per tutto il tempo degli ultimi stadi della malattia Roberto Rossellini, ormai perdonato e lontano da Ingrid. Anna venne sepolta nel mausoleo nella famiglia Rossellini a fianco del suo uomo.
 

Ha vinto tutto e ha battuto tutti

 
Mi piace ricordarla con questa frase di Suso Cecchi D’amico, che esprime perfettamente quello che penso di lei, pur non avendola incontrata di persona; “Non era bella, spesso cupa come il suo cane lupo color dell’ebano. Aveva sempre le occhiaie, un colorito terreo e i capelli neri come non si può immaginare, della consistenza di una matassa di seta pesante. Le gambe erano magre e leggermente storte, era piccolina e forte di fianchi. Aveva un décolleté splendido, come pure lo erano le mani e i piedi. Dovunque entrasse e in scena, non guardavi altri che lei. Era poi capricciosissima e prepotente“.

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