Sanremo la messa è finita Ma l’Italia non è più il Festival

Le pagelle definitive… ma senza voti

SanremoAbbiamo aspettato che finisse, che la musica facesse il suo giro, che le giurie decretassero i vincitori, che fiumi d’inchiostro (virtuale e non) inondassero magazine, quotidiani e social, e che le radio cominciassero a inondare l’etere con le note sanremesi. Adesso che la 68ma edizione del Festival di Sanremo è già storia ci addentriamo in qualche considerazione a mente fredda (anzi, tiepida). Tempo perso? Fermiamoci solo un attimo a valutare il seguito del Festival. Quest’anno la media complessiva delle cinque serate ha sfiorato, e spesso superato, il 50% di share; nella serata finale di sabato, s’è superato il 58% per 12milioni 200mila spettatori di media. Sono questi numeri che ci raccontano l’impatto sul pubblico del Festival.

Se e in quale modo il 68mo Festival di Sanremo andrà a modificare, anche solo microscopicamente, la realtà o la sua percezione, non sapremo dirlo, ma siamo certi che gli eventi di questa portata qualcosa lasciano sempre, in ciascuno di noi. Fossero solo il ritornello di una canzonetta che un mattino ci martella in testa, le parole di una strofa particolarmente evocativa, un suono che ci accompagnerà nei prossimi mesi, o per sempre. Dunque seppure “trattasi solo di canzonette“, Sanremo merita rispetto, se non altro perchè resta il principale evento di aggregazione degli italiani, soprattutto in questo 2018 per noi senza Mondiali di Calcio. E questa è la premessa.

Pagelle atipiche queste, senza voti. Il gioco a osannare, beatificare, a gridare ai record, o, al contrario, a puntare il dito sulle mancanze di questo o di quello non ci piace, non è utile.

Facciamo un’eccezione, ed è per il voto complessivo di questo Festival di Sanremo 2018, cui assegniamo un 7 e 1/2 che diventa 8 se consideriamo l’eleganza dello spettacolo. Quando, in anni passati Sanremo era la giostra del kitsch e del banale, i critici si affannavano a ripetere che non c’era da meravigliarsi, che la realtà del Paese era quella e che Sanremo non ne era che lo specchio. Oggi vorremo che il Festival rispecchiasse davvero questa Italia, ma non è così. E’ vero il contrario: la società regredisce (culturalmente), il Festival migliora, per temi, per canzoni, per eleganza. Segno che anche uno spettacolo “popolare e nazionale” (così come lo voleva Baglioni) qualcosa può ancora aggiungere al nostro patrimonio immaginifico ed emozionale.

Ci piace sottolineare come Sanremo 2018 ci abbia portato delle rivelazioni.

Le rivelazioni

Claudio Baglioni: Per il “divino” Claudio scommessa stravinta. Come direttore artistico ha scelto di riportare la musica alla sua centralità, ha selezionato canzoni mediamente di qualità, ha costruito uno spettacolo sobrio. Come coconduttore ha fatto la sua parte: ha giocato coi suoi interlocutori, s’è lasciato prendere un po’ in giro, è stato spalla quando serviva e protagonista quando a parlare era la musica. Difetti? Ha cantato troppe canzoni sue, espressione di una legittima voglia di cantare che può passare per autocelebrazione, e che stona un po’ con l’equilibrio generale. Ieri ha detto che per la direzione artistica di un’altra edizione “ci penserà“. Bè, un bis sarebbe d’uopo.

Pierfrancesco Favino: Come attore lo conoscevamo, poi abbiamo scoperto che sa cantare, “ballicchiare“, suonare il sax (male) ed essere parecchio sexy, ma senza darlo a vedere. Poi sa parlare perfettamente inglese, sa condurre ed è spiritoso. Venerdì ci ha fatto vedere che è anche un buon padre di famiglia e un marito amorevole, mentre sabato ci ha commosso fino alle lacrime con quel monologo che in questa Italia sempre più divisa per “categorie“, ha riportato al centro del cuore il tema dell’umanità. Se non fosse anche simpatico, tanta perfezione sarebbe insopportabile. La vera rivelazione del Festival è lui, la Rai lo tenga presente.

Michelle Hunziker. Chissà perchè, ma alcune delle doti che il pubblico ha apprezzato in Favino, trasferite su Michelle diventano difetti. Tuttavia la sua sapienza di conduttrice, capace anche di cantare benissimo, la bellezza e l’aria di ragazza della porta accanto, mescolate all’efficienza rossocrociata, la portano prepotentemente in primo piano nel panorama televisivo. E’ vero che ride un po’ troppo, ma se non si sorride dal palco dell’Ariston, dove si dovrebbe? Anche con lei la Rai farebbe un ottimo acquisto.

Gli ospiti

In questo Festival di Sanremo che s’è aperto con un Fiorello in versione “scalda pubblico” e s’è chiuso con il bagno di folla (al freddo) di una Laura Pausini sempre amatissima, si sono intrecciati tanti momenti “alti“: un aristocratico Sting, un James Taylor che massacra “la donna è mobile” ma che si fa perdonare subito con il duetto con Giorgia di “You’ve got a friend“; una Fiorella Mannoia che intona “Mio fratello che guardi il mondo” appena dopo l’ormai famoso monologo di Favino; Gino Paoli e Danilo Rea che rendono tributo a De Andrè e Bindi. Altri? Ci sono passati di mente…e un motivo ci sarà.

Le canzoni

In un Festival di Sanremo che ha restituito centralità alla musica, alle canzoni dedichiamo solo poche righe. E’ voluto, troveremo modo di parlare dettagliatamente di autori e interpreti nelle prossime settimane. Notiamo solo che è successo che i vincitori annunciati (Meta e Moro) uscissero davvero vincitori (cosa che è capitata di rado); che i secondi annunciati (Lo Stato Sociale) davvero arrivassero secondi e che persona una delle “quotate” della prima ora, Annalisa, giungesse sul podio e che Ron, come tutti presagivano, ricevesse il premio della critica. Era scritto che Ornella Vanoni si facesse notare (per lei il premio all’interpretazione); che il brano di Mirkoelcane (giovani) avesse ottimi riscontri (premio della critica) e che Ultimo si preparasse a vincere.

Che i The Kolors giungessero a metà classifica non era detto, ma saranno ripagati da passaggi radiofonici e vendite, stessa sorte che auguriamo all’ottimo duo Diodato – Roy Paci e che sicuramente toccherà a Le Vibrazioni, partiti in sordina ma autori di una grande rimonta nei gradimenti del pubblico. Non c’è piaciuta la parte bassa della classifica per Mario Bondi (canzone tradizionale ma raffinatissima) e per Avitabile e Servillo (grande interpretazione). E cosa dire del settimo posto di Luca Barbarossa. La sua “Passame er sale“, sa di buono e di cose semplici, non sarà la migliore canzone di questo Festival di Sanremo , ma ascoltarla fa bene al cuore. I peggiori? Elio e le Storie Tese, la cui storia meritava un addio migliore. Sono arrivati ultimi, e in fondo anche questo è un premio: due posizioni più su e la storia avrebbe giustamente dimenticato il loro “Arrivedorci“.


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