Marino Marini Passioni visive a Venezia Alla Collezione Peggy Guggenheim

Una retrospettiva per il più grande scultore italiano del ‘900

Marino Marini Dopo Pistoia, fa tappa alla Collezione Peggy Guggenheim la prima retrospettiva su Marino Marini (1901 – 1980), lo scultore italiano più famoso e ammirato del Novecento. Curata da Barbara Cinelli e Flavio Fergonzi, con Chiara Fabi, la mostra ” Marino Marini Passioni visive ” è allestita nelle sale di Palazzo Venier dei Leoni fino al Primo maggio, proponendo una lettura di oltre cinquanta sculture dell’artista pistoiese in un confronto con venti opere, dall’antichità al ‘900. Opere con le quali l’ispirazione dell’artista s’è in qualche modo incrociata. Ecco allora incastonati nel percorso alcuni grandi modelli della scultura del XX secolo e dei secoli passati: dall’antichità egizia a quella greco-arcaica ed etrusca, dalla scultura medievale a quella del Rinascimento e dell’Ottocento.

Non è casuale che la retrospettiva sia ospitata nel museo veneziano. Una delle opere simbolo della Collezione Peggy Guggenheim , l’Angelo della città (1948), era particolarmente amata dalla collezionista americana, che volle collocarla davanti alla sua dimora, tra i cancelli che si affacciano sul Canal Grande, dove oggi ancora si trova. Peggy Guggenheim acquistò dapprima il gesso dell’opera, quindi nel 1949, l’anno successivo, Marino Marini lo trasforma in bronzo, in tempo perché venisse esposto nella Mostra di scultura contemporanea, curata e organizzata dalla stessa Peggy nel giardino del Palazzo. E’ l’Angelo della città l’opera simbolo della sezione culminante della mostra, quella dedicata al tema del “ Cavallo e Cavaliere ”. Un ciclo che vede il via nel dopoguerra con le opere di maggior successo dell’artista, contese dai più grandi collezionisti internazionali stabilendo per Marino Marini una posizione di primo piano nel canone della scultura contemporanea di figura.

Come anticipato, è nel confronto col passato, ma anche con la contemporaneità dell’artista, l’elemento innovativo della mostra, per dirla con i curatori ” era giunto il momento di affrontare l’opera di Marino Marini con gli strumenti della storia dell’arte. A dirla così sembra un’ovvietà, ma così non è avvenuto per molto tempo. La mitologia che si è creata intorno alla sua figura (l’artista-vasaio; l’etrusco rinato; il primitivo toscano che si scopre moderno quasi suo malgrado) ha pesantemente condizionato in passato la lettura della sua opera. Si è preferito considerarlo un artista fuori dalla storia. E in questo modo lo si è sottratto al confronto diretto con le vicende della scultura europea del Novecento, con le quali egli si è invece sempre misurato; e, peggio ancora, al confronto con la scultura antica, che fu per lui oggetto di costante ispirazione“.

Marino Marini Tre decenni di produzione

Quelli che vanno dagli anni ‘20 agli anni ’50, l’arco temporale considerato, dove ogni sala è un mettere in scena il dialogo tra le opere di Marino Marini e le sue fonti ispiratrici. Ecco allora le teste e i busti degli esordi affiancati a canopi e teste etrusche, a una testa greca di Selinunte e a un busto rinascimentale di Andrea Verrocchio; mentre il Popolo, terracotta del ’29 che segna il passaggio della svolta arcaista di Marino Marini , trova giustapposizione con il coperchio figurato di una sepoltura etrusca.

Nel decennio successivo Marino Marini esplora il soggetto del nudo maschile, ed arriva una sfilata di capolavori che trovano in mostra il raffronto con  due opere capitali di Arturo Martini e Giacomo Manzù. Sempre negli anni ’30 Marino Marini amplia ulteriormente l’arco dei suoi soggetti come dimostrano tre delle opere più belle in mostra: un Icaro, un Cavaliere e un Miracolo, una sfida a linguaggi e stili diversi coi quali l’artista mette alla prova le sue capacità. Arrivano poi le “Pomone” e i nudi femminili che rielaborano un classicismo post-rodiniano nel difficile tentativo di trasformare il corpo femminile in una forma astratta.

E ritorniamo al 1940, gli anni della Guerra, che vedono l’artista esule in Svizzera, dove l’ispirazione dello scultore sembra virare verso un drammatico espressionismo plastico. Quindi, dopo la sezione sui Cavalieri, la mostra propone un’intensa serie di ritratti. Come precisano i curatori: «Marino Marini reinventa nel ‘900 il significato stesso del ritratto scultoreo» e per farlo attinge all’antichità, alla ritrattistica monumentale dell’arte egizia; ma col dopoguerra «Marino inventa una nuova lingua per la resa espressiva del volto umano: questa lingua, che guarda alla scomposizione cubista e, insieme, alla deformazione espressionista, farà di lui il più grande ritrattista-scultore del secolo».

Le ricerche targate anni ’50 e ’60, i cavalieri disarcionati, i giocolieri, i guerrieri, le figure coricate, raccontano di un inatteso confronto con la tradizione trecentesca di Giovanni Pisano e, insieme, con le soluzioni più sperimentali di Pablo Picasso.

 

Marino Marini Passioni visive

Collezione Peggy Guggenheim  Venezia 27 gennaio – 1 maggio 2018

( http://www.guggenheim-venice.it )


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