Frankenstein ha 200 anni ed è vivo più che mai

Il mostro inventato da Mary Shelley come simbolo di paure contemporanee

Frankenstein Ricorre in questo 2018 il 200mo anniversario della pubblicazione di Frankenstein ( titolo originale: Frankenstein ; or, the modern Prometheus ), il racconto scritto dalla diciottenne Mary Shelley e divenuto ben presto un mito dell’età moderna.

E come mito, Frankenstein è immortale, ed eterne sono le sue figure letterarie: quella del dottor Victor Frankenstein , lo scienziato visionario capace di riscrivere le leggi naturali ma di non saperne calcolare gli affetti, e della sua creatura, detta anche mostro di Frankenstein , o in maniera erronea e generica Frankenstein. Questo un vero e proprio concentrato di simboli e di paure.

Chi è Frankenstein ?

Il frutto del lato oscuro della scienza? Il selvaggio innocente incarnazione dell’incontrollabile forza naturale? E’ forse l’emblema di una tecnologia che mette da parte l’etica, o è semplicemente il diverso, l’escluso che non riusciamo ad accettare? Probabilmente Frankenstein è tutto questo ed anche di più. Perché se il romanzo viene relegato negli scaffali dell’ultima letteratura gotica, dove è diventato uno dei paradigmi del genere horror usato ed abusato da trasposizioni cinematografiche, adattamenti, rielaborazioni; oggi più che mai quelle paure che la scienza sollevava già ai contemporanei della Shelley, sembrano concretizzarsi.

L’uso delle cellule staminali, la donazione di organi, i trapianti da animali a umani sono dilemmi etici della contemporaneità e la stessa ascesa dell’intelligenza artificiale fa presagire un futuro incerto dei confini tra macchine e umani. Ecco allora che il mostro assemblato dal dottor Frankenstein e portato alla vita da una scarica elettrica “in una triste notte di novembre” non smuove più generiche paure ancestrali, ma concreti timori.

Frankenstein La nascita di Frankenstein

E’ l’estate del 1816, il cielo è plumbeo, le temperature insolitamente basse, la pioggia frequente. Siamo in quello che sarà ricordato come l’anno senza estate a causa dell’enorme quantitativo di ceneri che l’esplosione del vulcano Tambora, un anno prima, aveva rilasciato in atmosfera. E’ in questo “inverno vulcanico” dalle inquietanti atmosfere che la diciottenne Mary è immersa mentre fantastica la storia di uno scienziato pazzo che costruisce un mostro assemblando parti del corpo umano. La giovane inglese è in vacanza in Svizzera e la compagnia è di quelle stimolanti: ci sono il suo futuro marito, il poeta romantico Percy Bysshe Shelley; il poeta George Gordon Byron e il medico di Byron, John William Polidori.

Il maltempo li costringe spesso al chiuso, a ingannare il tempo   inventandosi giochi diversi, come quella semplice gara a costruire storie di fantasmi.  “Mi sono impegnata a pensare a una storia scrisse anni dopo l’autrice – che parlava alle misteriose paure della nostra natura e risvegliasse un orrore da brivido: una storia che facesse temere al lettore di guardarsi attorno“. L’ispirazione però tarda ad arrivare, ma storia vuole che una notte, mentre è a letto, ripensando a una discussione con i suoi amici sulla natura della vita e la possibilità di rianimare i morti attraverso gli esperimenti galenici, una storia le venga in mente. Ed è quella giusta.

Il romanzo su Frankenstein fu pubblicato nel 1818, rielaborato nel 1831 e l’idea di Shelley è sopravvissuta sino ad oggi come uno dei grandi racconti della letteratura occidentale. Ma per l’autrice quel libro è stato molto di più del best seller che pure presto diventò, è stato il libro del suo amore. Nell’introduzione a un’edizione del del 1831, Shelley scrisse di provare affetto per la sua “progenie orribile“. “Era la progenie di giorni felici, in cui la morte e il dolore erano solo parole, che non trovavano alcuna eco nel mio cuore “.

Nove anni prima, nel 1822, suo marito era annegato nel Golfo di La Spezia durante una tempesta che aveva affondato la sua barca. Aveva ventinove anni, lei 24. Le pagine di Frankenstein , scrisse Mary,parlano di molte passeggiate, molta unità e molte conversazioni di quando non ero sola, e il mio compagno era colui che, in questo mondo, non vedrò mai più“.


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