Rapporto Censis Ecco l’Italia sempre più rancorosa e tatuata

L’annuale rapporto del Censis parla di un Paese in ripresa ma ancora pessimista

Censis Che cittadini siamo? E dove stiamo andando? Quali paure nutriamo rispetto al futuro? Quali sentimenti ci animano come individui della collettività Italia?

Da 50, anzi 51, è l’annuale « Rapporto sulla situazione sociale del Paese », del Censis , a raccontarcelo in un’istantanea che, al di là dei nudi e crudi dati della statistica, mette l’Italia (e gli italiani) allo specchio. Quasi mai il racconto complessivo ci piace, ma premetto, siamo tenuti ad accogliere gli esiti di questo rapporto, considerato il più qualificato strumento di interpretazione della realtà italiana. Ed è anche il più completo, proprio per questo, fornisce molti dati e i dati, si sa, sono da maneggiare con cura se si vuole rendere un buon servizio.

C’è un’ Italia che si riprende, dove l’industria va, anzi alcune filiere brillano a livello globale, il turismo registra nuovi record, e anche i consumi culturali sono in ripresa (di questo magari ne riparleremo); affianco ecco l’Italia che arranca, quella del dissesto idrogeologico o del difficile rapporto tra formazione e lavoro. Ma nel quadro ampio, e complesso dipinto dal Censis, due aspetti risultano i più inquietanti: il rancore e un immaginario collettivo senza più forza propulsiva.

L’Italia del rancore

Siamo diventati un Paese di rancorosi, ci dice il Rapporto Censis , parlando di “ un sentimento che nasce da una condizione strutturale di blocco della mobilità sociale, che nella crisi ha coinvolto pesantemente anche il ceto medio, oltre ai gruppi collocati nella parte più bassa della piramide sociale ”. Le espressioni di questo? L’antipolitica o la ricerca del capro espiatorio, perfetti, in questo ruolo, gli immigrati.

Siamo diventati un popolo di disillusi, dove prevale nettamente la convinzione che sia difficile salire nella scala sociale, ma che sia facilissimo scivolare in basso.

Censis Siamo ancora brava gente?

«Così trova spazio anche una inedita ingenerosità si legge nel rapporto Censis  -, molto più marcata nei gruppi posizionati più in basso nella scala sociale, in linea con un neo- protezionismo sociale che ha corso a livello globale: se il 47% degli italiani è favorevole ad aiutare rifugiati e profughi, ben il 45% è contrario, quota che sale al 53% tra gli operai e i lavoratori manuali, al 50% tra i disoccupati e addirittura al 64% tra le casalinghe». E a proposito delle casalinghe, il 72% nutre sentimenti negativi verso gli extracomunitari.

Tutta colpa della crisi

E’ evidente che sono questi i contraccolpi di una crisi che non solo ha impoverito le classi medie e basse, ma ha fatto venir meno anche la fiducia. Alla politica il compito (arduo) di sbloccare quella “mobilità sociale” verso l’alto, una via ad ora ancora sbarrata.

I miti di plastica

Non si può leggere diversamente l’impoverimento dei sogni. «Le passioni tristi di questi anni sono anche l’espressione di una crisi dell’immaginario collettivo, cioè di quell’insieme di valori di riferimento, di simboli e di miti in grado tanto di plasmare le aspirazioni individuali e i percorsi esistenziali di ciascuno, quanto di definire un’agenda sociale condivisa», chiarisce il Censis .

Scomparsi i miti che hanno portato l’Italia del dopoguerra a diventare una potenza industriale, la graduatoria dei fattori centrali nell’immaginario vede miti consunti o consumistici.

I social network più importanti della laurea

Apre «il mito del “posto fisso” (38,5%), subito seguito però in seconda posizione dai social network (28,3%), con una percentuale non dissimile da quella attribuita alla casa di proprietà (26,2%), allo smartphone (25,7%) e alla cura del corpo (22,7%) ‒ tutti fattori che precedono il possesso di un buon titolo di studio (14,4%) e l’acquisto dell’automobile nuova (10,2%)»

Una classifica che tra i più giovani (14-29 anni) vede «i social network salire al primo posto (32,7%) e anche lo smartphone (26,9%), la cura del corpo (dai tatuaggi al fitness, alla chirurgia estetica, cui si ricorre per rimodellare il proprio aspetto: 23,1%) e il selfie (21,6%) occupano le prime posizioni, mentre sono relegati in fondo, nelle ultime posizioni della graduatoria, sia il buon titolo di studio come strumento per accedere ai processi di ascesa sociale (il 14,9% tra gli under 30 e il 10,1% tra gli under 45), sia l’automobile nuova come oggetto del desiderio (rispettivamente, il 7,4% e il 10,1%)».

Ci sarebbe di che scoraggiarsi, ma proprio davanti a risultanze come queste che occorre mettere in moto un pensiero positivo.


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