Il Salvator Mundi e l’arte di saper fare soldi

Spunta un’ipotesi: il dipinto più costoso del mondo in mano a fondi d’investimento che lo fitterebbero ai musei

Salvator Mundi A proposito del Salvator Mundi , battuto all’asta nei giorni scorsi per  400 milioni di dollari (450,3 con le commissioni). A proposito del senso  di incongruità che tutta la vicenda trasmette: le incertezze mai venute  meno sull’autenticità dell’opera, la campagna straordinaria montata da Christie’s prima della vendita, l’anonimato dell’acquirente. In ultima  analisi, l’esilio dell’etica, la sensazione di oscenità di una compravendita che nulla sembra avere a che fare con l’arte, con la  passione per il bello, con la cultura e nemmeno con Leonardo perché  diciamocela tutta, Da Vinci – ammesso che sia lui l’artefice dell’opera  – ha saputo fare di meglio.

Senza finte ingenuità, a determinare il valore del Salvator Mundi non è la sua qualità artistica, ma una serie  di fattori altri: la rarità dei dipinti di Leonardo, che sono solo 15 e  conservati nei musei ed il valore immenso di Leonardo come “brand”,  capace di generare oro ad ogni sua manifestazione, anche quelle più  “pop”: vedi Codice da Vinci, vedi i milioni di visitatori in fila al  Louvre per ammirare sgomitando la Gioconda in modo distraente e  approssimativo.

 In tutto questo Leonardo da Vinci, l’artista, il genio multidisciplinare c’entra poco, o nulla. Ancor di meno c’entra con l’investimento di un signor qualcuno immensamente ricco, che in un caveau climatizzato terrà a deposito il suo tesoro, il Salvator Mundi appunto, rigorosamente  esentasse. Già, sono pochi gli investimenti che possono assicurare tasse zero e l’arte è tra questi. Non stupisca, allora, che negli ultimi anni i prezzi – soprattutto dell’arte moderna e contemporanea – siano schizzati alle stelle.

Il Salvator Mundi in un museo del golfo? 

Ma qualcosa negli ultimi giorni si muove, il sospetto che la tavola di Leonardo fosse finita in mano a fondi d’investimento (molto presenti alle aste newyorchesi d’arte contemporanea, di qui la “stranezza”) era stato già avanzato, ma secondo il francese Journal Du Dimanche, la straordinaria acquisizione è frutto dell’azione concertata di due fondi di investimento che sarebbero collegati a importanti musei. Il settimanale parla di un “sofisticato accordo finanziario” operato sotto la direzione di un market maker, che venderebbe o affitterebbe la tela del maestro italiano a diversi musei. Il ritratto di Cristo potrebbe quindi essere esibito in diverse istituzioni culturali in tutto il mondo.

Dopo “sette o nove anni di affitto“, saranno in grado di far valere il loro diritto ad acquisire la prestigiosa opera d’arte. Sempre secondo il JDD, “diverse importanti istituzioni asiatiche” e “due importanti musei del Golfo” sarebbero in azione.

 L’arte di saper fare soldi

E’ certo che chiunque sia l’acquirente del Salvator Mundi debba  possedere una grande fiducia visto che ci sono anche ragioni per  dubitare della genuinità della mano di Leonardo nell’opera, ma se il  mercato ha deciso che il Salvator Mundi è un Leonardo, allora è un  Leonardo. Sia chiaro, fior di esperti lo confermano, ma il tarlo del dubbio  persiste: l’errore nella mano che regge il globo di cristallo, ad  esempio, dove le immagini che passano attraverso un globo di cristallo  dovrebbero risultare invertite, come avrebbe sicuramente notato un  occhio scientifico come quello di Leonardo? Inoltre, ritocchi e troppi  restauri hanno indubbiamente trasformato il lavoro.

Per il critico del N.Y.  Times Jason Farago, si tratta di “un quadro religioso competente, ma non  particolarmente distinto, della Lombardia del XVI secolo, passato dalle  pene dell’inferno dei restauri“. Insomma, niente di eccezionale. Eppure  se c’è qualcosa che la storia del Salvator Mundi dimostra è che far  fruttare il denaro è davvero un’arte. Nel 1958 l’opera va all’asta e viene venduta per 45 sterline, dopo di  che scompare emergendo solo nel 2005.

Nel 2007, il Salvator Mundi è  sottoposto ad un ampio restauro, nel 2011 c’è l’autenticazione. Nel 2013  il mercante svizzero Yves Bouvier l’acquista per 83 milioni, tre giorno  dopo lo rivende all’oligarca russo Dmitry Rybolovlev per 127,5 milioni.  A novembre 2017, l’asta da Christie’s per la cifra che continua a fare  il giro del mondo: 450,3milioni di dollari. Più di un Airbus A380, uno  degli aerei più grandi del mondo (437 milioni il costo). Cosa c’entri  tutto questo con l’arte, quella autentica, è presto detto: nulla.  

L’Editorial board del New York Times (una sorta di collettivo di 16 editorialisti)fotografa esattamente una sensazione condivisa: «Un giorno potremmo imparare l’identità e le  motivazioni dell’acquirente, anche se nel mondo segreto del  collezionismo d’arte non è certo una sicurezza. Ma anche se il motivo fosse un puro amore per l’arte, il prezzo pagato per il Leonardo testimonia  che qualcosa è andato storto nell’equilibrio di valori e valori

Riflette un mondo in cui la minuscola scheggia degli oscenamente ricchi  non vede nulla di negativo nel parcheggiare centinaia di milioni di dollari su un quadro raro ma non eccezionale che potrebbe benissimo  trascorrere i prossimi anni in un deposito esentasse. Che il soggetto  sia il “Salvatore del mondo” lo rende ancora più deplorevole».


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