Storie dell’arte Quando uccisero Andy Warhol

Le due morti del grande artista della pop art

Andy Warhol La prima volta che Andy Warhol morì era il 3 giugno del 1968. Ad ucciderlo furono le pallottole sparategli all’ingresso del suo studio dal risentimento di una donna, Valerie Solanas. Tre colpi diretti all’artista, poi la pistola s’inceppò.

La vittima di arma da fuoco che arrivò nella Sala Emergenza dell’ospedale di Columbus quasi non aveva più battito cardiaco, la pressione sanguigna era azzerata, l’emorragia era copiosa, alle 4.51 del pomeriggio Andy Warhol fu dichiarato morto. Tre pallottole sparate da un’automatica calibro 32 erano penetrate nel suo petto e nello stomaco, passando attraverso i polmoni, l’esofago, la milza, il fegato.

A capo del team delle emergenze al Columbus  c’era un chirurgo italiano-americano, Giuseppe Rossi. Il medico non aveva idea di chi fosse l’uomo che si trovava sotto i ferri, sapeva solo che non era il caso rinunciare a lui. Decise di operare. Cinque ore e mezzo d’intervento durante le quali Rossi apre il petto di Andy Warhol , stimola i movimenti del cuore,  rimuove la milza danneggiata e la parte inferiore del polmone destro.

Andando contro ogni ipotesi, il dottor Rossi salva la vita di Andy Warhol . Il genio della pop art resterà in ospedale per oltre due mesi, subirà un ulteriore intervento chirurgico e il suo corpo porterà per sempre i segni dell’attentato, ferite severe tanto da costringerlo a indossare un corsetto chirurgico per il resto della vita e a fare i conti in permanenza con la difficoltà a deglutire. Altre ferite lo segneranno nella psiche, ma ne parleremo dopo. Per ringraziare il dottor Rossi, Warhol gli donerà alcune opere, tra cui un set completo dell’iconica serie  Campbell’s Soup II.

Chi ha ucciso Andy Warhol?

L’attentatrice era nata nel New Jersey e si chiamava Valerie Solanas, aveva 32 anni, un passato denso di ombre e un’infanzia abusata. Laureata in psicologia, a metà degli anni Sessanta si era trasferita a New York, sostenendosi con l’accattonaggio e la prostituzione. Scrive, ma senza successo mentre il suo attivismo per i diritti delle donne, si radicalizza sempre più, fino a fondare la Società per l’eliminazione degli uomini – di cui è l’unico membro – e ad autoprodurre il Manifesto SCUM, dove si legge tra l’altro: “Nessun aspetto della società è rilevante per le donne. Alle femmine alla ricerca di civiltà, responsabili e emozionanti, non resta  che rovesciare il governo, eliminare il sistema monetario, istituire un’automazione completa ed eliminare il sesso maschile”.

Andy Warhol Valerie Solanas aveva incrociato Andy Warhol due anni prima, chiedendo di produrgli un lavoro teatrale “Up Your Ass”, ma le cose non vanno tanto bene. Gli dà il suo scritto, l’artista ne resta indifferente, forse lo perde, e lei lo accusa di averglielo rubato, quindi gli chiede una compensazione finanziaria e Andy Warhol l’assoldata per esibirsi nel suo filmIo, un uomo”, pagandola 25 dollari. Un anno dopo, nel 1967, Solanas inizia a pubblicare il suo delirante Manifesto femminista ritagliandosi un posto del tutto marginale sulla scena avanguardistica della factory di Andy Warhol.

La psicosi cresce quando il presidente della Olympia Press Maurice Girodias si offrirà di  pubblicarle i sui futuri scritti, riservandosene i diritti. Valerie a quel punto si sente vittima di un complotto ordito da Girodias con Andy Warhol per rubarle le sue opere, è in questo momento che andrà ad acquistare una pistola. Dopo l’attentato sarà abbastanza lucida da dichiararsi colpevole di “aggressione sconsiderata con intenzione di danneggiare”.  Sarà condannata a tre anni di carcere con una diagnosi di schizofrenia. Dopo l’uscita dall’ospedale psichiatrico, continuerà a promuovere il Manifesto SCUM, ma sarà ricordata solo per essere l’attentatrice di Andy Warhol. Muore di polmonite nel 1988, a 52 anni.

Al di là dei pesanti risentimenti fisici, Andy Warhol non si riprenderà mai completamente dall’attacco di Valerie Solanas. “Da quando sono stato colpito, tutto è un sogno simile a me. Non so cosa succede“, disse al New York Times alla fine del 1968.”Come non so nemmeno se sono veramente vivo o se sono morto. È triste”.

Storia vuole che l’esperienza lo abbia lasciato così spaventato dagli ospedali che nel 1973 rifiutò l’intervento chirurgico per rimuovere dei calcoli alla colecisti. “Era convinto se fosse stato ricoverato in ospedale, sarebbe morto“, disse un medico al Times.

Lo scorso mese di febbraio, a 30 anni dalla scomparsa di Andy Warhol, un altro medico, John Ryan, chirurgo in pensione e primario emerito al Virginia Hospital di Seattle, ha svelato i retroscena di una morte che giunse come un fulmine a ciel sereno. L’artista più celebre del mondo era spirato in seguito ad una banalissima operazione di cistifellea. Sembrava impossibile. La realtà svelata da Ryan dice che quella colecisti che lo faceva patire da anni, si era ormai infettata e che l’artista dovette essere sottoposto ad un intervento d’urgenza ad altissimo rischio. Andy Warhol morì il giorno successivo, il 22 febbraio del 1987, per un attacco cardiaco.

Era la zampata definitiva, l’ultima conseguenza di quell’attentato di quasi 20 anni prima.


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