Festa del cinema di Roma Phil Jackson Quella volta che Jack Nicholson volle farmi fare l’attore

Una chiacchierata con coach Zen sul cinema, tra clip e aneddoti

Festa del cinema di Roma Alla Festa del Cinema di Roma il basket NBA diventa protagonista. Ora vi chiederete, ma che c’entra con il cinema? Forse per la spettacolarità dei gesti, le partite che sembrano copioni di un thriller, con continui colpi di scena, personaggi fuori dagli schemi che sembrano scritti da grandi autori? E uno di questi personaggi è Phil Jackson, protagonista di uno degli incontri con il pubblico di questa 12esima edizione.

Che sia un vincente è facile dirlo. Ha più anelli (ovvero titoli di campione NBA) che dita. 11 campionati da allenatore (tra Lakers e Bulls) e due da giocatore negli anni 70 (con i Knicks). Ha allenato e plasmato i migliori, grazie anche a lui, giocatori e performer di questo sport. Michael Jordan, Scottie Pippen, Dennis Rodman, Shaquille O’Neal, Kobe Bryant, Pau Gasol, solo per dirne alcuni. Ha vinto tutto ma quello che lo rende più interessante è la sua filosofia.

Questo gigante di 2 metri, proveniente dal Montana, 70enne, che ha passato una vita intera a litigare con i media, è un ferreo credente della filosofia zen, che pratica e prova a inculcare ai suoi giocatori. Coach Zen, come è stato soprannominato, ha reinventato il ruolo dell’allenatore, ricorrendo pratiche come la meditazione e la psicologia motivazionale per far emergere il meglio dai suoi giocatori. Chi gli è andato dietro ha ottenuto grandi successi, chi invece non ha creduto nel metodo o nel triangolo, il suo mantra tattico, ha visto sciupare la sua più grande chance in carriera (Carmelo Anthony).

Festa del cinema di Roma Una folta schiera di fans aspettava di udire le sue parole da “guru”. Nuovi fans e gli irriducibili dei tempi dei Bulls, pronti a fare domande, catturare aneddoti inediti o rivivere grandi storie. E invece colpo di scena! Come è giusto che sia a un festival di cinema, si è parlato di cinema e solo marginalmente di sport. Phil Jackson ha portato con se sei clip di film famosi, che si ricollegavano in qualche modo alla sua carriera e alla sua filosofia. Memorabili sequenze ispiratrici per infondere ai giocatori coraggio, metafore per spiegare concetti complessi o semplicemente per descrivere lo stato d’animo in alcune stagioni.

Con un particolare. Erano quasi tutte sequenze molto violente. Una scelta che stride con la sua pacatezza (fuori dal campo) e la sua zen-ità. C’è il naso tagliato di Nicholson in Chinatown (grande tifoso Lakers), il brutale pestaggio di Jake La Motta – Bob De Niro in Toro scatenato, il sangue sparso in tutta la macchina in Pulp Fiction, il suicidio del vecchio Brooks in Le ali di libertà. Phil ne ha parlato lasciando quasi fuori la violenza insita o circumnavigandola. Le altre sequenze invece (tratte da Slapshot e Colpo vincente) erano discorsi da spogliatoio puri.

Dalla conversazione siamo anche riusciti a scoprire che Jax negli anni 90 con i Bulls, si cimentò nel montaggio video. Prendeva spezzoni da diversi film come James Bond, Il mago di Oz e ne faceva delle clip con sotto le musiche tratte dall’album Dark Side of the Moon o i Talking Heads, per spiegare ai propri giocatori quello che voleva da loro in gara. Ma si è pure scusato con Hollywood per il lavoro fatto, con una certa autoironia.
E non solo, ha quasi intrapreso la carriera di attore. Era il 1970 e mentre era fermo per un infortunio alla schiena, il suo amico Jack Nicholson, che stava per dirigere il suo primo film, riuscì quasi a convincerlo a fare un provino da attore per lui. “Per fortuna sono rimasto a fare il giocatore” ha detto Jackson.

Una bella conversazione, diversa dalle solite con i mostri sacri dello sport.


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