Shoah Ologrammi per conservarne la memoria

Il caso Anna Frank e la necessità di combattere l’ignoranza

Shoah In questi giorni di confusa indignazione abbiamo visto giovani e giovanissimi insultare Anna Frank; abbiamo sentito un allenatore di serie A dire di non sapere neppure chi fosse stata Anna Frank, e abbiamo udito negli stadi, gli ululati di quei nipotini nazi, che credono di poter urlare ciò che vogliono solo perché quella democrazia che aborriscono dà loro facoltà di esistere. Ne abbiamo viste e sentite tante in questi giorni di rigurgiti razzisti e ignoranza che la voglia di parlare ancora del “casoAnna Frank s’è esaurita per sovraccarico.

Ma resistiamo perchè è proprio quando il clamore sembra dissolversi che è doveroso non mollare la presa, e continuare a dire, magari da altre prospettive, ciò che è stata la Shoah . Ancora di più l’esigenza sale col passare delle stagioni, con l’entrata in scena di nuove generazioni (parecchio ignoranti), con la scomparsa, anno dopo anno, mese dopo mese, degli ultimi testimoni di quello che furono i nazisti. Certo, ci sono migliaia di libri a raccontarcelo, e film e immagini, ma quello che stiamo perdendo, senza neppure accorgercene è il racconto di prima mano, il solco che la tragedia ha lasciato sui volti dei sopravvissuti, la loro espressione, la voce rotta dal ricordo, i loro silenzi.

Il progetto della memoria

Un tentativo di recupero in tal senso arriva dall’Illinois Holocaust Museum che in collaborazione con la USC Shoah Foundation ha sviluppato un progetto per salvaguardare la memoria degli ultimi sopravvissuti dei campi nazisti attraverso gli ologrammi 3D.

Come spiega il Daily Herald  (http://www.dailyherald.com/news/20171019/as-holograms-13-local-holocaust-survivors-blink-breathe-and-tell-their-stories ), dopo una presentazione video, Aaron Elster, un sopravvissuto all’olocausto, appare sulla scena. Ma non è proprio lui. Il suo ologramma ad alta risoluzione si siede su una sedia, respira, cambia posizioni, risponde alle domande.

Ho tanto da raccontare“, dice alla folla. Per favore fatemi delle domande. Il pubblico chiede, l’interlocutore può rispondere quasi a tutto. Tutto è calcolato, per rendere questi ologrammi “vivi”, i sopravvissuti che partecipano al progetto hanno risposto a quasi 2000 domande e sono stati filmati da più di 100 fotocamere. Un computer seleziona le parole chiave della domanda, e che consentiranno al software di scegliere la risposta più accurata.

L’Illinois Museum of Holocaust negli Stati Uniti è l’unico museo del mondo ad aver sviluppato questa tecnologia, a favore della memoria e di chi arriverà.


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