Anna Frank Tifosi bestiali e dopo l’indignazione ?

Tutto quanto fa retorica nel gioco più bello e più razzista del mondo

Anna Frank Non oso pensare che l’onda d’indignazione che travolge il Paese dopo gli indegni volantini dei tifosi laziali non sia sincera. Credo fermamente che ogni persona, ogni essere umano fornito dei normali equilibri psichici ed emotivi, non possa che sentirsi offeso davanti all’insulto mosso all’innocente Anna Frank e, con lei, a quei milioni di bambini, di uomini e di donne, sterminati nei campi di concentramento per motivi che ancora fatichiamo ad afferrare. Eppure tanta indignazione – che ribadisco credo sincera – non mi basta più.

Non mi bastano i gesti riparatori quanto simbolici della società Lazio, non mi bastano le letture del Diario di Anna Frank ad inizio di ogni partita, non mi bastano le parole dei politici, di qualsiasi orientamento essi siano, e neanche quelle piene di buonsenso del Presidente Mattarella. Non bastano, perché non incideranno nulla, perché quelle parole arrivano e arriveranno solo a chi non ha bisogno di ascoltarle. Arrivano e arriveranno a tutti noi, quelli dotati dei normali equilibri psichici ed emotivi che mai ci sogneremmo di insultare la memoria di quella bambina dalla voglia di vivere incontenibile, morta per nulla.

Fede e celebrità

Per loro, per i personaggi che oggi forse godono del can can innescato, la nostra indignazione apparirà solo come una medaglia da appuntarsi al petto, un momento di celebrità inattesa, e una sfida vinta verso il resto del mondo che indossa altre maglie. Perchè solo la maglia conta, la fede. Anche per i giovani che sparano sulla folla nelle strade d’Europa quello che conta è la fede, e forse non sono fenomeni tanto distanti.

Ma davanti a quella immagine della piccola Anna Frank con indosso la maglia della Roma, ci sorprendiamo davvero? Non dovremmo, l’asticella ha solo fatto un salto in vanti, una tacca più su, perché così funziona, quella miscela di cattiveria, odio, ignoranza profonda che da anni attraversa gli stadi di calcio (e non solo) ci ha anestetizzati. Una curva chiusa per razzismo (come la Nord dell’Olimpico) non fa più notizia, gli insulti violenti che in tutti gli stadi italiani (tranne qualcuno) accompagnano le trasferte del Napoli, occupano, se va bene, il commento di qualche secondo, mentre i capi del calcio italiano hanno deciso, ipocritamente, di non definirli più razzisti.

Il male oscuro del calcio

Tutto questo per non dire dei commenti sui social tra opposte tifoserie, dove pare quasi la norma augurarsi la morte; e delle società ostaggio delle organizzazioni malavitose (il caso Juve insegna) o degli estremismi fascisti; e dei morti, che in questi anni hanno bagnato di sangue lo sport più bello del mondo. E ad ogni nuovo episodio, a ogni buu lanciato a un calciatore di colore, riecco il coro dell’indignazione, riecco le balle parole lanciate – come sempre – a chi non ha bisogno di ascoltarle.

Questa volta di parole ne abbiamo lette e ascoltate abbastanza, ora vorremmo ascoltare, a breve: le conclusioni della Procura, i nomi e i cognomi dei responsabili, e il suono di decisioni davvero esemplari, e non solo simboliche, da parte della società Lazio.

L’analisi sociologica la faremo poi, questo è il momento della sacrosanta punizione. E scusate se il termine è obsoleto.


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