La pasta italiana è già condita di suo

Le Associazioni GranoSalus e I nuovi vespri svelano retroscena drammatici di alcune grandi marche

pastaDietro alla semplice interrogazione storica “ che faccio butto la pasta ? “ mai ci si poteva immaginare che oggi quella interrogazione si sarebbe trasformata in una esclamazione dai riferimenti precisi. E la destinataria di ieri, la pentola con l’acqua bollente, non coincide con quella di oggi, vale a dire la pattumiera. Si, avete letto bene, la pattumiera. La causa di questa procedura è da imputare alle grandi case produttrici di quell’alimento che ci contraddistingue nel mondo per bontà ma soprattutto per qualità. Ebbene la pasta italiana non è più italiana, innanzitutto, ed è poi, addirittura, contaminata e dannosa per la salute del consumatore.

Le analisi

GranoSalus, l’Associazione che nasce con l’idea di dover difendere i consumatori dando voce agli agricoltori, ha effettuato le analisi su otto grandi marche di pasta industriale prodotte in Italia dalle quali risulta la presenza di agenti contaminanti quali il glifosato, le micotossine Don e il cadmio. Tali pericolosi agenti rientrano nei limiti previsti dall’attuale legislazione dell’Unione Europea, ma la propria percentuale risulta molto più elevata rispetto a quella del grano Italiano. GranoSalus  e I nuovi vespri, altra Associazione di tutela,  dopo le suddette analisi hanno avviato una campagna di stampa informativa nei confronti dei consumatori. Ad opporsi naturalmente tutte le aziende della pasta sulle quali sono stati effettuati i confronti.

I colpevoli

La Barilla Fratelli spa, i Fratelli De Cecco di Filippo Fara San Martino spa, la Divella spa, La Molisana spa e il pastificio Lucio Garofalo hanno chiesto l’immediato intervento dei giudici denunciando le associazioni GranoSalus e I nuovi vespri  che da anni combattono sulla qualità del grano italiano, in special modo quello prodotto nel sud dell’Italia.

Anche in virtù del fatto che sembra che sulle confezioni della pasta di questi grandi marchi sia presente la dicitura che il confezionamento del prodotto avviene solamente con grano prodotto in Italia. Cosa che non corrisponde al reale poiché il grano usato proviene prevalentemente dal Canada.  

Comunque il Tribunale di Roma ha respinto la richiesta delle grandi aziende condannandole anche al pagamento delle spese processuali.

La sentenza

I giudici sottolineano che «non vi è dubbio che la divulgazione dei risultati della ricerca costituiscano legittima espressione del diritto di libertà di manifestazione del pensiero, sancito dall’articolo 21 della Costituzione e di libertà della scienza garantita dall’articolo 33 della Costituzione, senza limiti e condizioni. Tanto più che, trattandosi di temi di tale delicatezza e rilevanza per la salute pubblica, nessuna censura sarebbe ammissibile».

Non a caso, – si legge nell’ Ordinanza – il 22 agosto 2017 è entrato in vigore in Italia il decreto del Ministero della Salute che in attuazione del regolamento Ue 1313 del primo agosto scorso, ha disposto la revoca delle autorizzazioni all’ immissione in commercio e modifica delle condizioni d’ impiego di alcuni prodotti fitosanitari contenenti la sostanza attiva glifosate, sospettato di essere cancerogeno, mentre in precedenza era possibile utilizzare il glifosate nelle coltivazioni in “ pre-raccolta “al solo scopo di ottimizzare il raccolto o la trebbiatura”.

I giudici della prima sezione civile del Tribunale di Roma evidenziano che “Il dibattito in questione, che riguarda la sicurezza alimentare della popolazione, riveste un interesse pubblico particolare ed attiene all’ adeguatezza dei limiti europei alla presenza di contaminanti negli alimenti…”


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