Las Vegas suicide USA

Pensionato fa strage a Las Vegas ma non è terrorismo

Las Vegas Ci sono quadri che non si ricomporranno mai, domande destinate a restare senza risposta, personaggi la cui dimensione crederesti cinematografica. E invece qui il cinema non c’entra nulla, c’entrano solo gli uomini, e la politica, e una società che non è capace di respingere la cultura di morte. Una cultura che non nasce con l’uomo ma s’insinua sotto pelle, e che non necessariamente si esprime nel quotidiano ma più spesso resta latente, come quei virus che albergano nell’organismo per anni, silenti, pronti a esplodere in un momento qualsiasi. E così oggi scopriamo che Stephen Paddock, il killer di Las Vegas , era un uomo qualunque.

Un uomo qualunque

L’uomo che per tre giorni s’è chiuso in una camera d’albergo di Las Vegas e poi in dieci minuti ha riservato una pioggia di proiettili su 40mila persone inermi, uccidendone 59 e ferendone 527, era un commercialista in pensione che viveva in una di quelle cittadine pulite, limpide, costellate di videocamere, siepi e staccionate imbiancate destinate ai pensionati benestanti. Era abbastanza ricco, aveva una compagna e una serie di passioni per ingannare il tempo: la caccia, il volo, il gioco e poi le armi, tante, anche da guerra, ma tutte regolarmente registrate.

Non c’è nulla di strano in questo, negli States il Secondo emendamento sembra intoccabile, un diritto a difendersi che troppo facilmente si tramuta nella più violenta delle offese. Un cortocircuito variamente cavalcato dalla politica e dagli interessi delle lobbies degli armaioli, dove proprio nel giorno della strage i titoli dei venditori di armi a Wall Street sono schizzati in alto, guadagnando fino al 4%.

In cosa sperano gli investitori, forse in un aumento delle vendite provocato dall’effetto emulazione?

Sappiamo che non è proprio così, che il cinismo della finanza si alimenta più genericamente delle politiche guerraiole di Donald Trump. Quel Trump che pochi momenti dopo la strage s’è affannato a dire che non era il momento di parlare della detenzione di armi, come se il dato statistico di 310milioni di armi detenute da privati cittadini su una popolazione di 318 milioni di abitanti non avesse peso, come se le 11mila vittime che ogni anno si registrano negli USA per un uso sconsiderato delle armi da fuoco fosse nulla.

E invece è una guerra, quotidiana, combattuta da persone qualunque, da gente normale, quelle delle quali i vicini non hanno dubbi a esprimersi: “Era una persona gentile. Salutava sempre”, salvo scoprire che la persona tanto gentile ha appena compiuto una strage.

L’Isis

E poi, da dietro l’angolo spunta, come l’ombrellino sul cocktail, la rivendicazione dell’Isis. L’FBI la giudica non credibile: Stephen Paddock non era un integralista, non aveva mai dato segnali di una conversione in tale senso: sono le dichiarazioni ufficiali. Eh no, non era un estremista, era un uomo qualunque, lo abbiamo già detto. Certo, in passato aveva dovuto convivere con un padre, Benjamin, che tra gli anni ’60 e ’70 era nella lista dei grandi ricercati, un criminale “molto pericoloso” fuggito da una prigione federale, definito dall’FBIpsicopatico, in possesso di armi da fuoco usate durante le rapine”.

C’è tanta materia per gli psicologi, in questo, la ricerca di una risposta celata nelle profondità dell’inconscio. Ma è una risposta che non ci può bastare, né oggi, né mai. Perché oggi negli States con Las Vegas , ma anche in Italia con i femmminicidi pressoché quotidiani, la spiegazione individuale non soddisfa la risposta ad un fenomeno di cui dovrebbero essere le società a farsi carico. E così il quadro resta scomposto, i tasselli del puzzle disseminati nel deserto, l’attesa spiegazione resta a galleggiare nel vuoto.


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