Lo sceicco e i gioielli dei Moghul e dei maharaja

“Tesori dei Moghul e dei Maharaja – La collezione Al Thani”, in mostra dal 9 settembre al 3 gennaio 2018 a Venezia, Palazzo Ducale

Moghul Durò meno di 200 anni (1526 al 1707), ma due secoli scarsi sono bastati alla dinastia Moghul per imprimere definitivamente, nell’immaginario del mondo, la faccia più preziosa dell’India. L’India degli ori e delle architetture fiabesche, dei gioielli incrostati di pietre preziose, ma anche le armi, i monumenti, gli abiti, le pareti e oggetti d’uso più o meno comune. Un universo di beni sfavillanti concepiti per stupire, e affermare le meraviglie (e il potere) delle corti imperiali, dove la vita quotidiana è impreziosita coi diamanti delle leggendarie miniere di Golconda, con gli spinelli (pietre simili a rubini) del Badakhshan, gli zaffiri del Kashmir, i rubini di Ceylon e della Birmania, e con le perle del Golfo persico.

Gengis Khan

Tutto comincia con il musulmano Zahiruddin Muhammad Babur. Discendente di Tamerlano e Gengis Khan, dalla Mongolia parte per una guerra lampo che, in meno di un anno, lo porta alla conquista del subcontinente. L’impero Moghul diventa in breve il più grande e il più splendido mai visto in India. Fioriscono le arti e la letteratura, la poesia e la musica, e poi  l’architettura, che costella l’impero di residenze in stile persiano, di fontane e di giardini, di moschee e minareti di bellezza unica. E la meraviglia delle meraviglie, il Taj Mahal, il mausoleo di struggente bellezza che il sultano Shah Jahan fa erigere per la defunta e amatissima moglie.

E’ da questa epoca di lusso e splendore che parte la mostra di Palazzo Ducale, 270 oggetti per un racconto che attraversa 500 anni di grande gioielleria: dalla tradizione dei preziosi e delle pietre lavorate ad arte dagli orafi dei Moghul, sino ai grandi maharaja che, nel XX secolo, commissionarono alle celebri maison europee gioielli d’inarrivabile bellezza. Un rapporto con l’Europa che, come la mostra rimarca, è in realtà assai precedente con uno scambio di stili e tecniche avvenuto sin dal Rinascimento.

Oggetti da proprietà private

Gli oggetti esposti provengono dalla collezione dello sceicco Hamad bin Abdullah Al Thani, membro della famiglia reale del Qatar. La mostra è curata invece da Amin Jaffer, conservatore capo della collezione Al Thani e da Gian Carlo Calza, studioso di arte dell’Asia, con la direzione scientifica di Gabriella Belli.

In un percorso costellato da pezzi di straordinaria bellezza (e valore), due diamanti di Golconda giocano il ruolo delle star universalmente note: l’Idol’s Eye (Occhio dell’idolo), il più grande diamante blu tagliato del mondo e Arcot II, uno dei due diamanti donati alla regina Charlotte – moglie del re Giorgio III (1738-1820) – da Muhammad ‘Ali Wal- lajah, nawab di Arcot (1717-1795).

Ad accompagnare questi due pezzi unici smeraldi e spinelli in parte incisi con i nomi e i titoli dei sovrani che li possedettero

Anche la giada e il cristallo di rocca erano molto apprezzati alla corte Moghul. La giada come propiziatrice di vittoria ma anche per  la capacità si rivelare la presenza di veleno e contrastarne gli effetti. Non a caso la più antica giada Moghul datata è la coppa per il vino dell’imperatore Jahangir. Di giada è anche l’elsa a forma di testa del Pugnale di Shah Jahan (1620-1625).

Il percorso tra le diverse sezioni prosegue con i focus sulle raffinate tecniche: come gli smalti policromi e le incastonaturekundan” realizzate semplicemente avvolgendo il castone con lamine malleabili di oro puro che sviluppano un legame molecolare intorno alla pietra. Tra le meraviglie di questa sezione, l’ornamento del trono di Tipu Sultan a forma di testa di tigre.

Ornamenti e simboli del potere nella quarta sezione, con manufatti che coprono i tre secoli dal XVII al XX. «L’obiettivo di questo segmento della mostra è far luce sulle manifestazioni del potere nell’ambito della corte, sia sotto l’influenza Moghul sia della Compagnia delle Indie Orientali o dell’amministrazione britannica», si legge nella presentazione.

E allora ecco sfilare una splendida collezione di collier di diamanti; poi la Spada del nizam di Hyderabad, e il Baldacchino del maharaja Khanderao Gaekwad datato tra il 1865 e il 1870, decorato in argento, oro, vetro colorato, diamanti, rubini, zaffiri, smeraldi e di circa 950.000 perle. Un oggetto confezionato con l’idea di essere collocato nella tomba del profeta Maometto a Medina.

A chiudere la mostra è l’Europa, con una selezione di gioielli realizzati da prestigiose maison su richiesta dei principi indiani, o ispirati all’oreficeria indiana. Tra i pezzi “forti” la piuma di pavone in smalto creata da Mellerio detto Meller (Parigi 1905) e acquistata dal maharaja Jagatjit Singh di Kapurthala; il girocollo di rubini disegnato da Cartier per una delle mogli del maharaja Bhu- pinder di Patiala e ancora due tra le più spettacolari realizzazioni di Cartier: l’Occhio della tigre, un diamante color oro montato a ornamento per turbante, e una collana déco impreziosita da rubini.


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