Il Dizionario giuridico degli insulti di Giuseppe D’Alessandro

Il turpiloquio in tribunale

 insulti Basta una parolaccia o una frase “eccessiva”, magari pronunciata in dialetto, e si rischia di beccarsi una denuncia ed iniziare un percorso costoso dove, a difendere chi s’è lasciato andare con le parole incriminate, interviene per forza di cose l’avvocato. Spesso, tuttavia, l’epiteto o l’insulto è spassoso. Provocherebbe, se reso pubblico, ilarità allo stato puro, di quella contagiosa e che induce al sorriso anche chi ha smesso di ridere da tempo. Questo per accennare al libroDizionario giuridico degli insulti ” (A&B editrice) dell’avvocato cassazionista siciliano, Giuseppe D’Alessandro, uno che non è nuovo all’argomento avendo già pubblicato le statistiche sugli insulti più presenti sui tavoli dei tribunali.

Presto in libreria

E adesso, dunque, arriva nelle librerie questo nuovo lavoro che prende in esame oltre un secolo di sentenze dei tribunali italiani. “Le sentenze sugli insulti sono appassionanti ma che cosa si può dire senza rischiare di finire in tribunale? E non sono quesiti astratti, visto che le leggi puniscono le ingiurie, la diffamazione, l’oltraggio con multe di migliaia di euro e il carcere fino a 5 anni. “ E’ quest’ultimo il pensiero, espresso sul blog “parolacce.org” dello psicolinguista Vito Tartamella, autore della prefazione del volume. “Ma il nuovo dizionario dice Tartamella – è un’opera preziosa che può essere utile ai giuristi e ai linguisti ed anche ai sociologi, ai giornalisti e blogger, per conoscere le parole che possono o non possono usare nel criticare un personaggio pubblico“.

Nel dizionario degli insulti redatto da D’Alessandro si possono trovare, in ordine alfabetico, i pronunciamenti su 1.203 termini insultanti, da ‘A fess ‘e mammeta’ a ‘Zuzzusu’ (termini napoletani). La maggioranza tuttavia sono insulti in italiano, e 83 gesti “spazzatura”: dal dito medio all’ombrello.

Addentrandosi, almeno un po’: “A fess ‘e mammeta” è una frase parecchio volgare in dialetto napoletano che nel 2008 il tribunale di Benevento ha ritenuto ingiuriosa e “Zuzzuso” è sempre un termine napoletano che indica persona sporca – non solo esteticamente – e che è stato ritenuto ingiurioso dal Giudice di Pace di Sala Consilina nel 2015. Sono questi i due estremi, nell’ordine alfabetico con contemplato dal libro che è uscito prima che la commissione presieduta da Laura Boldrini presentasse alla CameraParole per ferire”, testo del compianto Tullio De Mauro, scritto sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio, guida ragionata per comprendere comportamenti anomali e andare oltre la parola stessa.

Un vero e proprio manuale

Giuseppe D’Alessandro ci offre un manuale anche per sapere fino a che punto ci si può spingere nell’appellare un “nemico”. Cosa possiamo dire e a chi, senza correre rischi e sapendo a quali conseguenze si può andare incontro. Specie oggi, con l’assoluta volgarità che imperversa sui social. Le parolacce inducono  molti dubbi a volte involontariamente comici: “muovere il bacino avanti e indietro dicendo ‘Suca’ è un’ingiuria?” Per i magistrati si è trattato solo di un atto contro la pubblica decenza. La frase “Ti rompo le corna” è un’ingiuria o una minaccia? dipende. Ancora:  augurare che “ti venga un cancro?” per i giudici non riveste rilevanza penale.

Leggendo il manuale di D’Alessandro ci si diverte – a volte -, e si scopre la infinita risorsa alla fantasia. Sapremo, finalmente se all’avvocato si può dire che è un azzeccagarbugli o un “avvocato di provincia” e se si può chiamare un’anziana signora “dentiera ambulante” o può un Pm dire impunemente a un teste di non “fare il napoletano?”. Nella lettura del dizionario s’incontra chi ha chiamato il proprio asino col nome dell’odioso vicino tanto che poi lo ha denunciato, o chi ha scritto sul bollettino di una multa “rapina aggravata” commettendo oltraggio.


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