I monumenti distrutti non cambiano la storia

Charlottesville pone riflessioni sulle icone rimosse e da rimuovere

 monumentiE’ giusto rimuovere i simboli dei totalitarismi, o i monumenti vanno sempre preservati in quanto testimonianze storiche? La questione torna prepotentemente ad emergere dopo i tragici fatti di Charlottesville, quando proprio la rimozione del monumento al comandante sudista Robert E. Lee ha provocato quella violenza della quale è rimasta vittima una ragazza, uccisa da un neonazista. E così in questi giorni, nell’America anti-razzista gli abbattimenti s’inseguono: quattro monumenti confederati sono caduti nella città di Baltimora mercoledì; mentre il sindaco di New York, Bill De Blasio, annuncia una ricognizione tra tutti i simboli, monumenti , busti, targhe che possano evocare periodi bui.

Già annunciata la rimozione di un targa dedicata al generale Pètain, capo del governo collaborazionista di Vichy. New Orleans ha abbattuto i simboli razziali all’inizio di quest’anno. E non c’è nulla di nuovo in questo, perché la storia è tutto un inseguirsi di statue rovesciate.

Si parte dall’antica Roma

 Ne sapevano qualcosa i Romani, che nel loro pragmatismo realizzavano dei busti con le teste rimovibili, in maniera tale che al mutare del vento, si potesse semplicemente cambiare la testa. Il marmo, d’altronde, era materiale prezioso anche allora. Eppure di statue d’imperatori ne sono state distrutte parecchie. Vedi la statua equestre di Domiziano, eretta nel 91 nel Foro Romano per commemorare le vittorie dell’imperatore contro i Germani e abbattuta dopo il suo assassinio, nel ’96. 

Chi amava farsi immortalare nelle vesti di un dio pagano o di un imperatore romano era Napoleone Bonaparte. Tra le statue che nel periodo bonapartista arricchirono l’Italia, resta memorabile quella donata alla città di Venezia, nella quale l’Imperatore s’era fatto immortalare con tanto di scettro e di alloro. Inaugurata nel 1811, fu abbattuta nel 1814, Napoleone era già in esilio all’Elba

Nel Medioevo lo scempio si consumò in generale verso le sculture di Roma antica, erano simboli pagani, così come pagani apparivano agli occhi dei talebani le gigantesche statue dei Buddha di Bamyian, distrutte nel 2001.

A volte cancellate vere e proprie opere d’arte

Certo, a volte ci sono andate di mezzo opere d’arte che avrebbero stupito il mondo. Ancora guardiamo con rammarico alla rabbia dei bolognesi che il 30 dicembre del 1511 distrussero Il Giulio II benedicente realizzato da Michelangelo Buonarroti. Era una delle sole due statue realizzate in bronzo dal grande artista, era gigantesca e destinata ad ornare il portale maggiore di San Petronio. Ma col ritorno in città dei Bentivoglio il papato cadde in bassa fortuna, e della statua non rimase nulla. Per la cronaca, l’altra opera bronzea michelangiolesca è il David De Rohan e pure questa è andata perduta.

Il motivo di tanta violenza contro i monumenti del potere non è fattore secondario, così come i monumenti , non sono per il potente di turno, solo un elemento di superficiale vanità. La rappresentazione del sé è nutrimento fondamentale per il potere, è parte del suo essere profondo. E se nella storia dell’umanità ci sono tanti simboli rovesciati è perché in ogni epoca, le modalità di autorappresentazione non sono cambiate.

Nascere è come morire

Pertanto gli atti di distruzione possono funzionare allo stesso modo degli atti di creazione: come propaganda. Non c’è niente che racconti una vittoria straordinaria come vedere l’emblema di un leader vinto fracassato in terra.  A volte poi non sono leader politici ad essere presi di mira, ma simboli più ampi, non legati al potere politico. Se la distruzione di Palmira ad opera dell’Isis è stata quasi scientifica,  pochi ricordano che nel 2004, a Caracas fu abbattuta la statua di Cristoforo Colombo che nel XVI secolo aveva rivendicato il Venezuela per la corona spagnola.

 Ma la storia, tuttavia pare privilegiare la “distruzione” dei potenti, che ha esempi innumerevoli sino all’oggi.

E se il 25 luglio 1943, alla caduta del partito fascista, gli italiani hanno abbattuto busti di Mussolini e fasci littori; con la caduta di Hitler, furono i tedeschi a liberarsi delle sue effigi. Abbiamo ancora negli occhi quelle immagini in mondovisione dello smantellamento nel 2003 di un bronzo Saddam Hussein a Baghdad durante l’invasione americana dell’Iraq.

Le verità nascoste

All’epoca, i media raccontarono la storia di una statua gigantesca abbattuta da iracheni in festa. Ma tempo dopo, Peter Maass, giornalista del The New York Times Magazine che aveva seguito la caduta della statua, aggiunge il “dettaglio” che i marines americani avevano contribuito a trascinare la statua, e aggiunse che la piazza era meno affollata e gli iracheni erano meno entusiasti di quanto fosse apparso in molte trasmissioni.

Statue spezzate e ritratti strappati sono apparsi, anni dopo, nella “primavera araba”. Non hanno annunciato cambiamenti pacifici. E’ accaduto in Egitto con l’effige  di Hosni Mubarak; in Libia con quella di Gheddafi, in Siria con lo smantellamento di una statua di Hafez al-Assad, padre del presidente siriano Bashar al-AssadPaesi dove oggi è caos o terrore.

Made in USSR

Un capitolo a sé meritano le cadute degli “dei” sovietici. La prima statua di Stalin a cadere fu a Budapest già nel 1956, durante la rivoluzione ungherese. L’ultimo emblema a crollare, a Kiev nel 2013, fu la statua di Vladimir Lenin durante i momenti più caldi del conflitto con la Russia.

Quel Lenin del film Good Bye, Lenin! di Wolfgang Becker dove la statua appesa a un elicottero, volteggia sopra la Berlino del dopo Muro col dito ancora puntato verso un “sol dell’avvenire” mai spuntato.

 Ma il mondo è ancora pieno di icone messe a monito o a benedizione del popolo, nelle piazze e nei parchi pubblici: i vari Kim Il-sung, Kim Jong-il, Mao campeggiano indisturbati sotto il cielo d’oriente.  Per quanto ancora non è dato sapersi, anche se oggi sappiamo bene che le storie non finiscono quando le statue cadono.


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