La Carmen a Caracalla nel mondo di Trump

In scena a Roma l’Opera in formato estivo alle terme di Caracalla

CarmenSta andando in scena -e lo farà fino al 4 agosto- in uno scenario meraviglioso, la stagione estiva dell’Opera di Roma. Tra le suggestive rovine delle Terme di Caracalla, datate 212 a.C., il pubblico potrà assistere a titoli consegnati alla Storia come la Tosca di Puccini, il Nabucco di Verdi e soprattutto la Carmen di Bizet. Noi di Stravizzi siamo andati ad assistere a una delle rappresentazioni dell’opera dell’autore francese, in una indimenticabile notte d’estate.

Per la regia di Valentina Carrasco, la Carmen “caracalliana” vive una nuova dimensione, un ringiovanimento e un attualizzazione. Dimenticata la Siviglia  metà 800, ci troviamo in un futuro prossimo, il 2020, e siamo al confine tra Messico e Stati Uniti, proprio sotto il muro di Trump.

Ritroviamo quindi tutti i personaggi in un contesto diverso ma a noi molto famigliare. Dopo la ben nota overture l’opera si apre con uno scorcio di una piccola cittadina messicana vicino al “border” americano. Don Josè è un doganiere sotto gli ordini del comandante Zuniga, indaffarati a deportare un gruppo di poveri messicani, pizzicati oltre il muro. Mentre tra di loro camminano spensierati i turisti americani, liberi di ubriacarsi e divertirsi. Micaela, innamorata di Don Josè, porta all’uomo un messaggio della madre, in pensiero per il suo ragazzo, e con esso riesco a strappare un sospirato bacio. Ma l’unione tra i due è ostacolata dall’arrivo in scena di Carmen , una criminale-sigaraia sempre invischiata in traffici illeciti e dal fascino insuperabile. L’intero Messico è innamorato di lei ma non si concede facilmente a nessuno. A Don Josè toccherà il difficile compito di arrestarla dopo una lite con una “collega”, ma egli, stregato dalla ragazza la lascerà fuggire, con la promessa un giorno di rincontrarsi e amarsi.
Purtroppo la vita da criminale gitano non fa per il nostro Don Josè, e durante un litigio entra in scena il torero Escamillo, simbolo di coraggio, destrezza e passione. Don Josè sarà quindi diviso tra Micaela, corsa a cercarlo per tornarlo a casa e la sua amata Carmen, ora corteggiata da Escamillo.

La rilettura

Una rilettura convincente -ha indispettito il governo Messicano, in effetti rappresentato attraverso stereotipi della peggior specie, come traffico di droga, armi e prostituzione, ma bisogna anche leggerlo all’interno della Carmen e nella critica all’era Trump- e che ha fatto un uso straordinario dell’eccezionale coreografia naturale offerta da Caracalla, utilizzata più volte come vero e proprio scenario e sulle quali sono state proiettate le immagini prima di un canyon messicano, tanto vero che per un attimo ci siamo tutti ritrovati altrove, e poi del monte Rushmore americano, con i 4 presidenti.

Uno spettacolo vivo e vitale che ha portato in alcune situazioni fino a 100 presenze contemporaneamente sul palco, come nello strepitoso finale, anticipato dalla danza degli scheletri. Una scena finale, per il quarto atto, davvero travolgente, con effetti speciali che l’hanno reso ancora più speciale.

Trovare un universo per Carmen che riesca ad allontanarsi dai cliché che di solito accompagnano l’opera, è una grande sfida dichiara la regista Carrasco. “La grande singolarità di Carmen come eroina, consiste nel fatto che, pur essendo una donna socialmente di bassa condizione sociale, può ‘permettersi’ di essere libera. Non è nobile, ma lavora in una fabbrica, non ha casa, ma è nomade, e soprattutto, non è uomo. È un’eroina tragica senza averne quasi il diritto“.

Partendo da questo presupposto e dal fatto che i conflitti presenti nell’opera sono di assoluta attualità” ha proseguito “abbiamo ambientato l’azione nella frontiera tra il Messico e gli Stati Uniti. Questo ci permette di dare una caratterizzazione nella quale un ceto sociale povero, marginale, svalutato, quello dei lavoratori e immigrati illegali messicani, va incontro ad un altro che, pur considerandosi superiore, non riesce a comprendere il mistero della loro cultura, ma ne è affascinato“.

Nella versione da noi vista, era il turno di Ketevan Kemoklidze nei panni di Carmen , mezzoprano georgiana (vista anche al cinema in Io, Don Giovanni di Carlos Saura). Inutile dirvi che il suo talento senza pari ha letteralmente rubato la scena. Prima che appaia su schermo si sentiva la spasmodica attesa poi ripagata da una delle interpreti migliori al mondo.

Nei panni di Don Josè Roberto Aronica, in quelli di Escamillo Fabrizio Beggi e di Micaela Rosa Feola, entrambi molto bravi. Direttore d’orchestra è stato Jordi Bernàcer.

La regia si avvale delle scene di Samal Blak, dei costumi di Luis Carvalho e delle luci di Peter van Praet. Le coreografie di Erika Rombaldoni e Massimiliano Volpini, che firma quelle dell’Interludio fra terzo e quarto atto, sonointerpretate dal Corpo di Ballo del Teatro dell’Opera di Roma. Allo spettacolo partecipa anche la Scuola di Canto Corale del Teatro dell’Opera di Roma. Maestro del Coro Roberto Gabbiani.

Le prossime rappresentazioni saranno il 30 luglio, il 1 e il 4 agosto.

Carmen

 

 


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