Hollywood e la fabbrica del divismo. Una mostra a Palazzo delle Esposizioni

John Kobal Foundation con 160 ritratti della storia del cinema

HollywoodC’è tempo fino al 17 settembre per visitare al Palazzo delle Esposizioni di Roma, la mostra “ Hollywood Icons. Fotografie dalla Fondazione John Kobal ”. Resa possibile grazie ai prestiti della John Kobal Foundation l’esposizione presenta oltre 160 ritratti di grandi nomi della storia del cinema con uno scopo: mettere in luce il lavoro silenzioso dei fotografi di scena nella costruzione del divismo hollywoodiano.

Siamo sul finire degli anni Venti e Hollywood s’è già affermata come mecca del Cinema. Otto studi dominano il mercato mondiale, nomi e loghi familiari a tutti: MGM, Paramount, Warner Brothers, Columbia, 20TH Century, Universal, RKO, United Artists. Ogni studio cinematografico è un universo autosufficiente, ciascuno con il suo stile e le sue star da contendersi a caro prezzo, o da “costruire” ex novo, trasformando ragazze o ragazzi della porta accanto in divi. E’ sufficiente la bella presenza, il resto lo fanno gli “alchimisti” di Hollywood.

Ma le stelle del cinema sono creature fragili, la loro fortuna dipende unicamente dai gusti del pubblico che può distruggerle al primo film “sbagliato”. A Hollywood i fabbricanti di stelle se ne accorgono abbastanza presto, mettendo a punto nel volgere di qualche anno a vere e proprie strategie di marketing per proteggere il loro investimento dalla mutevolezza dei gusti.

«Le carriere delle star venivano gestite secondo le esigenze della casa di produzione – chiarisce il testo che accompagna la mostra – , selezionando sceneggiature e attori co-protagonisti, orchestrando con cura la pubblicità e cercando di garantirsi la celebrità di una star fino a ottenere un ritorno dell’investimento. Essere una star del cinema poteva essere il sogno di milioni di persone, ma la carriera dei pochi fortunati era interamente gestita dallo studio cinematografico».

In questo gioco di costruzione dell’icona un ruolo fondamentale è giocato dai fotografi ritrattisti, incaricati di produrre un flusso continuo di immagini da dare in pasto alla curiosità insaziabile del pubblico, immagini – scattate da veri e propri artisti – che finiscono sulle riviste e che servono per mantenere saldo l’attaccamento del pubblico alle “divinità” di celluloide, prima dell’avvento della televisione, quando un film si consumava al cinema e la maggior parte del pubblico lo vedeva una volta sola.

E qui s’innesta la vicenda di John Kobal. Il giornalista (era corrispondente dall’America per la BBC) e collezionista di cimeli cinematografici, si ritrova tra New York e Los Angeles nel momento in cui i principali studios di Hollywood falliscono e “mentre gli studi gettavano letteralmente al macero gli archivi fotografici che si erano accumulati sin dall’inizio della produzione dei film, Kobal era lì per raccogliere quanto più poteva e caricarlo nella sua station wagon”. Siamo negli anni ’60, Kobal raccoglie i negativi originali di tanti grandi fotografi dimenticati; quindi alcuni anni dopo li rintraccia e li esorta a produrre nuove stampe all’argento che poi esporrà in importanti musei. Dei fotografi rimasti in vita molti si sono ormai ritirati. I loro nomi: Ted Allan, Laszlo Willinger, Clarence Sinclair Bull, George Hurrell, John Engstead, Robert Coburn, Ruth Harriet Louise, William Walling, Eugene Robert Richee, Ernest Bachrach, Elmer Fryer, A.L. “Whitey” Schafer.

Sono una selezione di quelle stampe – oggi conservate presso la John Kobal Foundation – a rappresentare il nucleo della mostra, assieme a molti pezzi “vintage” risalenti all’epoca degli studios. Molti ritratti in esposizione sono celebri almeno quanto i protagonisti che ritraggono. Il viaggio tra le icone di Hollywood segue il filo del tempo. Si comincia con i divi del muto come Charlie Chaplin e Mary Pickford, si passa dalle prime star del sonoro (Greta Garbo, Marlene Dietrich, Joan Crawford, Clark Gable, Cary Grant), si conclude con i giganti del dopoguerra (Marlon Brando, Paul Newman, Marilyn Monroe, Sophia Loren, Marcello Mastroianni).

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