Van Gogh Tra il grano e il cielo

A Vicenza nella Basilica Palladiana dal 7 ottobre 2017 all’ 8 aprile 2018

Van GoghVan Gogh a Vicenza e le prevendite somigliano in tutto a quelle di un concerto rock. Quando nelle settimane scorse è partito on line l’acquisto dei biglietti, nella prima giornata s’era già toccata quota 10mila. Insomma, la mostra firmata da Marco Goldin (Lineadombra.it) per la Basilica palladiana è già in zona record, riproponendo però coi suoi grandi numeri – e Goldin fa solo grandi numeri – tutto l’aspetto ambivalente delle grandi mostre. Grandi mostre come fenomeno pop, destinate necessariamente a sacrificare l’aspetto scientifico e a porsi in concorrenza con i musei. E mentre, a volte a torto a volte a ragione, fini intellettuali si pongono il problema del nonsenso di sterili – perché talvolta mal contestualizzate – sfilate di opere, fossero pure capolavori; la verità è che la divulgazione si fa anche così. Si porta la gente a vedere Van Gogh (ma nell’autunno italiano ci saranno diverse mostre con nomi di grande richiamo) confidando semplicemente nella magia della grande arte che certi “miracoli” li fa sempre: lasciare tracce di sé negli strati più profondi di ciascuno.

Sul filo rosso delle lettere a Theo

Grazie ai prestiti del Kröller-Müller Museum in Olanda e di  una decina di altri musei, Goldin ha messo assieme un percorso di oltre 120 opere, tra dipinti (una quarantina) e disegni di Van Gogh. La sequenza va a rintracciare attraverso le opere dei vari momenti della breve, sfortunata ma straordinaria carriera di Van Gogh, una sorta di biografia. Se oggi, molto sappiamo della sua ricerca artistica, delle sue ossessioni, della sua vicenda umana molto lo dobbiamo proprio a quel corposo epistolario dell’artista col fratello minore, Theo van Gogh, l’unica persona che non gli negò mai il sostegno, anche se evidentemente non riuscì a salvarlo da se stesso. Sono proprio queste lettere, alcune delle quali riprodotte accanto ai lavori esposti, a fare da ideale guida al percorso, che parte dalle prime esperienze di Van Gogh tra i contadini dell’Olanda e del Belgio – quando si accorse di voler fare il pittore mettendo da parte la vocazione del predicatore – e continua a Parigi e poi nel sud della Francia, momento culminante della sua carriera, a un passo dalla fine.

La vita di Van Gogh sarà resa in mostra anche in due mini docufilm, creati ad hoc, proiettati a ciclo continuo e poi da un grande plastico che ricostruirà gli spazi interni ed esterni del complesso romanico di Saint-Paul-de-Mausole a Saint-Rémy, la casa di cura per malattie mentali dove Van Gogh si fece ricoverare.  Un modo questo per ritrovare tanti dettagli dell’opera di Vincent che proprio in quei tristi momenti che l’accompagnavano al finale viveva una frenesia produttiva straordinaria.

Van Gogh intellettuale

Liberare l’artista dalle stigmate della malattia e restituire alla verità storica l’immagine non di un selvatico spontaneista ma di un artista consapevole, che ha approfondito, studiato ed elaborato nel profondo le sue tematiche, è la direzione scelta dagli ultimi anni di studi e ricerche sul genio olandese.

Van Gogh era praticamente un autodidatta cresciuto nella provincia olandese; da ragazzo voleva fare il predicatore e poi, in età adulta, intorno ai 28 anni si decise, a cambiare rotta verso la pittura. In soli dieci anni di lavoro (morì a 37 anni) ha inciso così profondamente nella storia dell’arte fino a diventare l’artista più riconosciuto della storia (come lui solo Picasso e Leonardo) e a lasciare al mondo oltre 800 dipinti e un migliaio di disegni. Tutto questo sulla scorta di una vita di stenti e di fatiche mentali. Eppure, come i ricercatori ormai concordano, Vincent fu un intellettuale, un artista consapevole delle sue scelte, di ogni singola pennellata impressa sulla tela (ogni tocco un po’ di sangue, un po’ di vita, un po’ di gioia, molto dolore).


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