Tredici, qual è il modo migliore per parlare di suicidio?

 

Da qualche settimana è arrivata anche in italiano su Netflix la serie Tredici, in originale Thirteen reasons why. Sta riscontrando un notevole successo tra il pubblico giovanile e non solo anche qua. La serie racconta la vicenda di Anna Baker, una ragazza di 16 anni che si è tolta la vita dopo diverse umiliazioni subite al liceo. Poco prima di suicidarsi ha registrato 13 cassette dove racconta i motivi del suo gesto ed ogni cassetta –corrispondente a un episodio- è “dedicato” a un ragazzo/a, un compagno di classe, un amico, chiunque sia stato a contatto con lei nell’ultimo periodo e non ha fatto nulla per aiutarla o anzi, ha fatto qualcosa tale da spingerla. Le cassette vengono fatte girare tra i ragazzi finchè non arrivano a Clay, un suo caro amico, forse anche lui coinvolto o causa del suo terribile gesto.

Non diciamo altro per evitare spoiler.  La struttura data alla serie è tale da incollare lo spettatore e divorarne un episodio dietro l’altro –con Netflix che propone un episodio appena finisce quello prima, è ancora più facile- eppure c’è qualcosa che non va. La serie è certamente ben fatta e nonostante il taglio “teen” ne riveli i tanti difetti soprattutto di scrittura, scorre così velocemente che si passa sopra facilmente. Peccato che molti non la pensino così. Messa da parte la godibilità, è anzi questa a essere un problema. Ricordiamoci di cosa stiamo parlando sempre, del suicidio di una ragazza e del suo urlo disperato, la sua richiesta d’aiuto.

Diciamo che su questo aspetto Tredici ci ricama molto, lo spettacolarizza, usa una narrazione da mistery crime, lo fa diventare un gesto affascinante, persino da emulare. E su questo molti han voluto dire che forse la serie ha sbagliato totalmente, diventando persino pericolosa quindi, la visione per i coetanei della protagonista, alle prese anche loro come lei, con bullismo, figuracce in pubblico, primi pruriti sessuali, delusioni e anche molestie.

 Credo che siano semplicemente degli allarmismi, necessari, ma che rimangono tali. Non è una serie di questo genere a spingere un ragazzo perfettamente sano a compiere un tale gesto. E nemmeno un ragazzo depresso, tendente a pratiche autolesioniste a emulare Anna Baker. Ci sono motivazioni che sono ben più pressanti e preoccupanti che spingono un ragazzo a fare una cosa simile. Piuttosto la serie dovrebbe essere un campanello d’allarme per i genitori. Non abbandoniamo i nostri figli, sempre più solitari e tristi, ma ascoltiamoli e aiutiamoli o di loro non ci rimarranno neanche le cassette da ascoltare.


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